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George Weah

Del 08/04/2012 di Enrico Bonifazi


George Weah Nato nel 1966 a Monrovia (Liberia), arriva al Milan nell'estate del 1995. Uno spettacolare e completo attaccante in grado di eseguire formidabili "assoli" in campo. Tutti ricordano la progressione "coast-to-coast" grazie alla quale andò in gol contro il Verona. E' stato il primo extracomunitario a vincere il Pallone d'Oro di France Football.

Domenica 8 Settembre 1996, stadio San Siro. Il rinnovato Milan di Oscar Washington Tabarez, con il tricolore cucito sul petto, affronta il Verona. Dopo un primo tempo raccapricciante chiuso in svantaggio, i rossoneri ribaltano la situazione nella ripresa grazie ad una doppietta di Marco Simone. Mancano cinque minuti alla fine della partita quando i gialloblù usufruiscono di un calcio d'angolo. La palla sorvola l'area e atterra sul secondo palo dove è ben piazzato un “certo” George Weah. L'attaccante controlla perfettamente lo spiovente e senza pensarci troppo su, ingrana prima, seconda e terza marcia, lanciatissimo (palla al piede) verso la metàcampo avversaria. I centrocampisti del Verona paiono sorpresi e lungo i primi trenta metri di prato non riescono ad opporsi alla progressione del liberiano che, decisissimo, avanza. Due avversari gli si fanno incontro, stringendolo come le due metà di una pressa. Il primo azzarda il tackle mentre il suo compagno tenta di tagliare la strada a George. Il numero 9 rossonero, con grande agilità, rallenta per un nanosecondo, mandandoli entrambi fuori tempo e con una rapida ed efficace piroetta riprende il passo sulla trequarti. Ora gli si fa incontro Corini, ma Weah, cambia ancora marcia. Palla da una parte e scatto dall'altra e l'ultimo uomo veronese è aggirato magistralmente. Lo stadio intero si alza in piedi per accompagnare l'ingresso in area del campione africano. L'estremo difensore Gregori, gli si fa incontro di qualche passo ma tutti i presenti sanno che “Giorgione” segnerà. Detto e fatto: piattone destro all'angolino opposto e il gol capolavoro è pronto da incorniciare! Sugli spalti scene di entusiasmo stellare. Spettatori con le mani nei capelli che ripetono “Ma che gol ha fatto?”. Weah intanto, si gode gli abbracci dei compagni, il boato dello stadio... tutte cose che poteva soltanto ricreare con la fantasia, quando tra le baracche e le capanne di Clara Town a Monrovia (Liberia), sfrecciava in mezzo alla polvere giocando a pallone con i suoi coetanei, sognando, forse, momenti così. In realtà, Weah, di reti spettacolari ne ha segnate davvero tante. Personalmente lo battezzai “il giocoliere” per la sua manifesta indole indirizzata alla ricerca del divertimento più che della sostanza. Un giocatore che non avrebbe sfigurato nella New Team di Capitan Tsubasa, per intenderci. La sua infanzia, come quella della maggior parte dei bambini africani, fu complicata. La nonna paterna lo alleva, con l'impronta musulmana (anche se negli anni novanta si convertirà all'Islam) a condizionarne il percorso scolastico. Qualche lavoretto qua e là per pagarsi gli studi ed il suo grande impegno nello sport gli permettono di raggiungere l'Europa. Partito dall'Invincible Eleven, in patria, raggiunge Youndè in Cameroun fino all'approdo, nel 1988, nel piccolo scoglio di Montecarlo, dove lo aspetta il blasonato Monaco. Grandi numeri lo accompagnano durante i quattro anni nel principato, cifre che ingolosiscono altre pretendenti al primato. Il Paris SG, decisa a conquistare il titolo francese, acquista dai monegaschi l'attaccante liberiano e il trionfo nella Ligue arriva dopo appena un anno, grazie anche alle undici reti di George. Durante l'esperienza francese, Weah non cede alle lusinge della prestigiosa nazionale locale (da cui riceve una convocazione), ma rinuncia alla maglia dei “galletti” d'oltralpe per vestire i colori della sua Liberia. E' in questo periodo che le sue prodezze iniziano a sconfinare e ad illuminare gli occhi degli osservatori esteri. Cellino (presidente del Cagliari) lo ingaggia, ma l'affare và in fumo poco prima della firma a causa della forte opposizione di Carletto Mazzone che minaccia di confinare in panchina il liberiano se costretto a trovarselo in rosa. In via Turati scocca la scintilla nell'estate del 1995 e i dirigenti del Milan, da due anni in cerca del sostituto di Marco Van Basten, prenotano per lui la maglia numero 9. Al suo arrivo c'è grande entusiasmo, si percepisce la stoffa del fuoriclasse. Il nerissimo Weah sa segnare di testa e di piede, ha un tiro formidabile, ottimo dribbling ed è un attaccante di movimento. La sua presenza in campo ha subito un grande peso. A Padova, nel match di esordio in Serie A, segna la rete del vantaggio milanista e propizia il gol decisivo (l'ultimo in carriera di Franco Baresi). Quando, verso la metà del campionato, Weah saluta per un mesetto la squadra per disputare la Coppa d'Africa, sembra lasciare un cratere in campo. La sua assenza è palpabile. In pochi mesi, George si è reso indispensabile al Milan. Il suo ritorno è accolto da sollievo e grandissima gioia. Il Milan vince il campionato grazie ad una splendida galoppata. Per la “pantera rossonera” è in arrivo il Pallone d'Oro (assegnato per la prima volta anche ai calciatori extracomunitari). I suoi 11 gol non sono tantissimi ma quasi tutti decisivi e da cineteca come quelli alla Roma, Lazio e Juventus. Vinto il suo primo titolo, George inizia la sua avventura in Champions League. Insieme a Marco Simone forma una coppia letale in grado di perforare qualunque difesa. Purtroppo però, nella squadra qualcosa inizia a scricchiolare. In campionato, il Milan perde posizioni e nemmeno il ritorno di Arrigo Sacchi riesce ad evitare la clamorosa eliminazione subita ad opera del modestissimo Rosenborg. La stagione del liberiano viene impreziosita da 13 gol in Serie A ma è macchiata dall'espulsione per una lite con Jeorge Costa, difensore del Porto, che gli costerà sei giornate di squalifica. I rossoneri, a causa di un disastroso girone di ritorno, restano fuori dall'Europa e preparano il rilancio per la stagione successiva. Il campionato 1997-98, nasce sotto le false promesse di grandi nomi come Kluivert, Bogarde, Ba, Reiziger, Ziege, Leonardo, ma si rivela un enorme fiasco. Nonostante l'assenza dalle coppe, la squadra parte malissimo e non decolla mai. Per il secondo anno consecutivo, l'Europa rimane un miraggio ed esplode la rabbia dei tifosi. Contestazione al passaggio del pullman dei giocatori con lancio di uova marce. Una manifestazione che colpisce molto George Weah. La campagna acquisti dell'estate 1998 è molto meno eclatante ma più mirata. Arriva mister Zaccheroni che porta al seguito Helveg e Bierhoff da Udine. Vengono presi anche Sala, Guglielminpietro e Morfeo. E' uno strano campionato che vede una lunga lotta a tre tra Lazio, Milan e Fiorentina. La spuntano i rossoneri per uno spiffero sui capitolini, Weah lascia il ruolo di bomber a Bierhoff e si adatta benissimo alla parte di esterno. Fondamentali per il titolo il suo gol al Vicenza e la splendida doppietta al Delle Alpi contro la Juventus. Durante il match di Udine, George, raggiunge le 100 presenze in serie A e festeggia andando in rete con un tuffo di testa e mostrando in seguito una maglia celebrativa, chiaramente “fatta in casa”. A tricolore raggiunto, Weah dichiara di dover dormire sul pianerottolo per una scommessa sulla conquista del titolo ma sottolinea di essere ancora un po' scottato dal lancio di uova subito un anno prima. Ci si prepara al rientro in Europa con l'acquisto eclatante di Shevchenko. L'arrivo dell'ucraino è una specie di passaggio di consegne tra attaccanti esterni. Weah, lascia il Milan verso la metà della stagione per passare ai blues del Chelsea, da lì ai Citizens, al Marsiglia ed infine all'Al-Jazira, ultima sua squadra prima del ritiro. La magia di Weah in campo sparisce per sempre. Una sensazione di pericolosità costante che ti teneva inchiodato al match grazie alla promessa di nuove invenzioni. Amatissimo da tutte le platee che ha deliziato, George Weah, ora , percorre la strada della politica e della solidarietà. Altri traguardi che nel suo paese valgono più che nel vecchio continente. Lo sport gli ha dato tanto e lui ha dato tanto al nostro sport. Il genio si fa da parte e lascia un vuoto difficile da colmare. Noi tutti ricordiamo il calciatore Weah, a bordo campo, assorto in preghiera prima di un match importante, oppure sulla fascia, con un difensore alle calcagna o magari sottoporta, sperando di assistere a qualche acrobazia. Questo è il campione, un insieme di estro, classe e fantasia che diverte e appassiona. Weah è stato tutto questo e siccome i ricordi non si cancellano e le emozioni vivono per sempre, per me, lo è ancora e lo sarà sempre e chi ama il calcio e lo spettacolo in campo, non può che essere d'accordo con me.

Enrico Bonifazi

*video tratto da you tube


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