La storia del più forte centrocampista che abbia mai indossato la maglia del Milan, dagli inizi, a soli sedici anni fino ai trofei più importanti. Un vero leader che non aveva paura di parlare e che fece sognare il mondo intero con il suo gol alla Germania nel 1970.Durante una sera di febbraio immersa nel remoto passato dei primi anni ottanta, sto seguendo con i miei occhi (e soprattutto orecchie) di bambino, il Festival di Sanremo alla televisione. Sandro Ciotti, giornalista sportivo munito di voce da duepacchettialgiorno, si aggira, nell'inusuale ruolo di intervistatore, tra gli ospiti del Teatro Ariston. Si ferma davanti ad un uomo distinto e ben pettinato, per porgergli qualche domanda. Mio padre, forse notando la mia totale indifferenza a quel volto sconosciuto, mi dice: “Quello è Gianni Rivera, uno dei più forti calciatori che abbia mai visto.” Il nome, ovviamente, non mi è nuovo. Magari, scoprendone in quel momento il volto, posso dire di essermelo immaginato un po' più atletico, meno rotondetto e forse anche un poco più giovane, ma dopotutto, da qualche anno ha lasciato il calcio giocato. Nei racconti di mio padre, le sue gesta in campo sono talmente epiche da meritare nella fantasia un corpo da supereroe. Lui è quello delle 19 stagioni consecutive in rossonero, dei 288 gol segnati pur non essendo una punta. Quello che nella canzone che mio padre canticchiava “illuminava l'area” e che Gianni Brera soprannominò Golden Boy... il ragazzo d'oro. In realtà ad essere rivestiti del metallo nobile erano soprattutto i piedi di Rivera. Giunto nel Milan in silenzio, a soli 16 anni, dopo qualche campionato convincente nell'Alessandria. E' Schiaffino, giocatore leader del Milan nella seconda metà degli anni 50, rimasto affascinato dal suo modo di giocare e dalle doti tecniche di Gianni, a raccomandarlo ai dirigenti milanisti, per la verità poco convinti dell'acquisto. Nel 1960-61, Rivera inizia la sua lunghissima avventura con il Milan, una specie di matrimonio eterno. Nessuno ricorderà più il suo passato nell'Alessandria. Dal momento della sua prima apparizione in maglia rossonera, tutti, parlando di lui o lo immaginano con quei colori addosso. Il suo secondo anno al Milan si raccolgono i frutti della semina e arriva uno splendido scudetto, vinto con ampio margine sui cugini dell'Inter. Nereo Rocco è l'allenatore dei rossoneri che consegna al giovanissimo Rivera, lo scettro del comando in campo. Gianni è il cuore che pompa sangue a tutto il resto della squadra. Nonostante i suoi 18 anni, il talentuoso centrocampista, conquista tutti quanti, promettendo faville nella stagione successiva, in Coppa dei Campioni. Come previsto, la Coppa viene conquistata con una cavalcata trionfale che ha il suo epilogo a Wembley, lo stadio dei sogni. Una doppietta di Altafini nella finale contro il Benfica, regala il successo agli uomini di Rocco e Cesare Maldini, può alzare con orgoglio il trofeo che, per la prima volta, viene messo in bacheca da una squadra italiana. Le prestazioni di Rivera lasciano il segno. Nella classifica di France Football che assegna il Pallone d'oro, si piazza al secondo posto, superato soltanto dal fortissimo portiere russo Lev Jàsin. Il mondo intero oramai può ammirare la sua classe. Il trionfo europeo, consente al Milan di partecipare alla Coppa Intercontinentale contro i brasiliani del Santos nelle cui file gioca un certo Pelè. Molti parlano della sfida tra i due numeri 10 e attendono con l'acquolina in bocca il grande evento. Il Milan fa il diavolo a quattro nel match di andata a San Siro ma la doppietta di Pelè, tiene “in vita” i sudamericani (terminerà 4 a 2) che nella partita di ritorno, grazie ad un arbitraggio al limite del provocatorio dell'argentino Brozzi, riescono a ribaltare il risultato e guadagnarsi la possibilità di giocare lo spareggio (stessa sede e stesso direttore di gara), soltanto due giorni dopo. La “farsa” viene decisa da un calcio di rigore inesistente e il Milan torna a casa danneggiato, beffato ed incerottato. Intanto il Golden Boy delizia con i suoi tocchi magistrali e l'eccezionale fiuto del gol. Arrivano grandi trionfi come il secondo scudetto della sua carriera e la Coppa delle Coppe. La fascia da capitano cinge ormai il suo braccio, come la sua classe avvolge il cuore di ogni tifoso. Nel 1968-69, arriva la seconda Coppa dei Campioni, vinta grazie alla sinergia formata da i suoi assist millimetrici e le finalizzazioni di Pierino “la peste” Prati. In finale, la vittima è l'Ajax che viene polverizzato con un perentorio 4 a 1. Il successo è l'ulteriore conferma del valore di tutta la squadra ma Gianni Rivera, dopo avere alzato il trofeo da capitano, trova anche il più grande riconoscimento europeo per il singolo calciatore, vincendo il Pallone d'oro, mai assegnato prima di allora ad un italiano. La splendida vittoria fa nuovamente da trampolino verso l'Intercontinentale. La sfida sembra senza storia. L'avversario di turno, l'Estudiantes di Buenos Aires, viene sconfitto per 3 a 0. Il ritorno nella imponente “Bombonera”, è un bagno di sangue. Nel sottopassaggio che porta al campo, i calciatori del Milan vengono picchiati ed insultati dagli avversari che in campo scatenano una vera e propria caccia all'uomo. Rivera segna il gol della sicurezza. L'Estudiantes vince per 2 a 1 ma sono i rossoneri a festeggiare il loro primo titolo mondiale. L'immagine emblematica della “battaglia” argentina è la fotografia di Combin (arrestato in un primo tempo per non aver svolto il servizio militare) con la divisa bianca da trasferta macchiata da una notevole quantità del suo stesso sangue. Il ritorno in Europa, proietta i rossoneri nel decennio 70-80, ma prima, per Rivera c'è l'avventura nel mondiale del Messico. Gianni Rivera, con la maglia della nazionale azzurra, mette a segno il gol che decide la storica semifinale tra Italia e Germania. Il 4 a 3 definitivo arriva grazie al suo indimenticabile rasoterra che spiazza il portiere tedesco verso la fine dei tempi supplementari. Malgrado questo, Gianni, protagonista di una singolare staffetta con Sandro Mazzola, gioca solo pochi minuti della finale di quel mondiale che verrà vinta dal Brasile. Nel marzo del 1972, fa scalpore una dichiarazione fatta a caldo da Rivera nel postpartita di Cagliari. Il Milan, sconfitto dai sardi a causa di un penalty inesistente, scivola a quattro punti dalla Juve capolista, dopo che prorprio nello scontro diretto, l'arbitro Lo Bello (che poi ammise il suo errore di fronte alla moviola), non concesse, qualche giorno prima, un rigore grande come una baita ai rossoneri. Le pesanti parole di Rivera sono le seguenti: «Fino a quando a capo degli arbitri ci sarà il signor Campanati, per noi del Milan le cose andranno sempre in questo modo: saremo costantemente presi in giro. Questo non è più calcio. A parte la nostra comprensibile e incontenibile amarezza, mi spiace per gli sportivi... credono che il calcio sia ancora una cosa seria. Quello che abbiamo subito oggi è una vera vergogna. Credevo che ci avessero fregato già a Torino contro la Juventus, invece ci presero in giro a metà con l'autocritica di Lo Bello in televisione. Purtroppo per il Milan avere certi arbitri è diventata ormai una tradizione. La logica è che dovevamo perdere il campionato. D'altronde, finche dura Campanati non c'è niente da fare: scudetti non ne vinciamo. Io sono disposto ad andare davanti alla magistratura ordinaria, perché ciò che dico è vero: sino alla Corte Costituzionale. Mi hanno rotto le palle. Ha cominciato anni fa un certo Sbardella; sono cose che tutti sanno: è dunque ora che si dicano. Per vincere lo scudetto dovremmo avere almeno nove punti di vantaggio nel girone di andata. In caso contrario davvero non ce lo lasciano vincere, e se lo avessimo saputo non avremmo giocato. È il terzo campionato che ci fregano in questo modo. Sta scritto da qualche parte che il Milan non debba assolutamente raggiungere la Juventus. Fino a questo momento abbiamo trovato tre arbitri che hanno fatto tutto perché restasse sola in testa alla classifica. Se ho raccontato delle storie mi dovrebbero squalificare a vita, ma devono dimostrare che sono state storie. Così non si può più andare avanti; io ho parlato chiaro, non mi sono inventato nulla, ho detto solo cosa si verifica in campo... I casi sono due: o io mi sono inventato tutto e allora mi squalificano a vita, oppure riconoscono di avere sbagliato e bisogna cambiare, sostituire chi non è all'altezza del compito». Questa dichiarazione, costò al Golden Boy, tutto il resto della stagione, comprese le partite della nazionale. Una squalifica di oltre tre mesi, per avere espresso un pensiero condiviso da molti in quel periodo. Gli anni settanta regalano comunque poche briciole di gloria ai rossoneri. Il periodo, macchiato indelebilmente dalla “Fatal Verona”, con lo scudetto perso all'ultima giornata di campionato proprio a vantaggio della Juventus, anche se arricchito qua e là di qualche altra coppa di minore importanza, regala una splendida gioia nel campionato 1978-79 con la conquista del decimo scudetto... quello della stella. Rivera parla ai tifosi che faticano a contenere il loro entusiasmo, pregandoli di non invadere il campo, durante il match contro il Bologna, che darà la matematica certezza del tricolore ai diavoli. La stagionedella stella fu l'ultima di Rivera come calciatore. Il più grande centrocampista della storia del Milan chiude il suo ciclo dopo 893 partite, quasi tutte da incorniciare, almeno a livello personale. E si ritorna all'inizio di questo racconto, a quando Rivera assume per il bambino che ero allora, un volto umano, diverso dalle sembianze disegnate per lui dalla mia fantasia. Al festival di Sanremo, si trova perchè gareggia la sua compagna di allora Elisabetta Viviani, proprio quella che cantava la sigla di Heidi negli anni settanta. Sandro Ciotti lo mette in difficoltà domandandogli : “Preferisci che Elisabetta vinca il festival o che il Milan si salvi dalla retrocessione ?” e lui sceglie il Milan che, è proprio vero, rischia di precipitare in serie B. Il suo percorso, da quel giorno, lo ha allontanato dal calcio in maniera progressiva. Dal breve periodo come vicepresidente, a fianco di Giussy Farina, ai forti contrasti tra loro, alla carriera politica e alle recenti apparizioni in Tv in qualche show di prima serata. Il Golden Boy, ora più Silver per via dei capelli, è stato premiato qualche settimana fa dall'Uefa e nel discorso di ringraziamento, ha incluso il Milan. “I premi alla mia età si vincono dalla tribuna” ha commentato “ma avrei preferito tornare sul campo di San Siro”. Grande Gianni, indimenticabile campione... sarebbe piaciuto anche a noi.
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Grazie per i complimenti all'articolo e anche per la segnalazione dell'errore nella data del ritiro. Con i numeri può succedere. Facciamo cartellino giallo ;-)
Scritto: Sabato 21 Luglio 2012