Piermario ci ha lasciato, il calcio si ferma e non è la prima volta. Siamo sicuri sia il modo migliore di agire? Non è po' ipocrita tutto ciò che ruota intorno al Dio Pallone in Italia?Mi ritrovo qui a scrivere, un piovoso sabato pomeriggio di aprile, in un momento in cui, fino a 1 ora fa, pensavo mi sarei trovato a vedere Milan-Genoa, ad insultare Allegri per la sua solita formazione vergognosa, ad urlare a Seedorf di muovere il sedere e, in poche parole, a fare il tifoso. Invece no, purtroppo qualcosa di diverso da un gioco ha colpito tutti, la morte di un ragazzo di appena 25 anni: Piermario Morosini, accasciatosi al suolo durante Pescara-Livorno e deceduto non molto tempo dopo in ospedale. Badate bene, ho scritto ragazzo di 25 anni, non calciatore e l’ho fatto di proposito: forse molti di voi si aspetteranno il classico pezzo da finto moralista retorico all’italiana, con le tanti frasi che circolano nel web alla “giusto fermare tutto, bisogna dare un segnale, il calcio è in secondo piano, è necessario riflettere” e via dicendo, tutte le banalità dell’ampio bagaglio di frasi fatte dell’italiano medio. In Italia vive un Dio, il Dio calcio, che quando viene sfiorato da qualcosa che lo riguarda blocca lo scorrere degli eventi. Viene ucciso un tifoso (Gabriele Sandri)? Si ferma tutto. Muore un calciatore? Non si può giocare. Per quelli di voi che non mi conoscono, io sono di L’Aquila, ho vissuto in prima persona uno degli eventi più drammatici della storia recente italiana, il terremoto del 2009. Per mia immensa fortuna faccio parte della schiera dei cosiddetti graziati, quelli che non hanno perso ne familiari ne casa. Ho però visto gente morire, gente che conoscevo, con cui ho condiviso molti momenti, importanti o no che fossero. Il dolore in me era grande, primo per le persone, secondo per una situazione in cui crollano tutte le tue certezze, in cui vedi i luoghi che hanno caratterizzato la tua vita cadere a terra nella polvere. Non oso immaginare lo strazio di chi ha perso figli o peggio ancora intere famiglie. Come si reagisce al dolore? Dalla mia esperienza, da quello che ho visto, l’unico vero segnale che si può dare all’esterno è quello di continuare, di non fermarsi, di dare forza a chi, dopo certe ferite, ha bisogno di un sostegno concreto, non di lacrime e cerimonie che rinnovano solo il dolore, non lo placano affatto. Perché questa parentesi? Se per la drammatica morte di un ragazzo ci si ferma, per la morte di 309 tra adulti, bambini e chi più ne ha più ne metta cosa si dovrebbe fare? Bloccare tutto per un mese? Pensate che il dolore di chi ha subito una tale ingiustizia si plachi o venga affievolito se intorno vi sono solo pianti e immobilismo? No, viene amplificato, lo so per certo. Quanta gente muore ogni giorno intorno a noi? Operai, minatori, semplici ragazzi come il povero Morosini che hanno la sfortuna di incappare giovanissimi nella morte. Fermiamo tutto? Se muore un falegname vogliamo fermare tutti i falegnami? Certe cose io le vedo solo nel calcio, certi slogan e frasi fatte le leggo solo dopo la morte di qualcuno legato a questo sport, quando muoiono persone semplici si va avanti come è giusto che sia perchè, il vero dolore, quello provato da chi ha subito tale perdita, non verrà lenito da alcun segnale e da nessun gesto, mentre il dispiacere e lo sgomento di chi come noi questo dramma lo vive dall’esterno devono trovare una giusta direzione nell’andare avanti e dare forza a chi ne ha bisogno, non con i pianti, ma con i fatti. Ad esempio, invece di sospendere le attività in elogio all’ipocrisia dilagante, perché non ci si interroga su come sia possibile che un ragazzo sano ed allenato si accasci al suolo durante una partita? Se non era sano qualcuno avrebbe dovuto accorgersene? Oppure, il sempre più frequente fenomeno dei problemi per calciatori giovanissimi potrebbe essere legato all’uso di certe sostanze che non vogliono abbandonare questo sport? Inoltre, come è possibile che un’auto dei vigili urbani ostruisca il passaggio all’ambulanza? Non perdiamo tempo nei pianti, nei gesti simbolici e nel fermare il calcio, ma piuttosto facciamo si che la morte di un povero ragazzo sia il mattone su quale costruire uno sport più sano e soccorsi migliori, in modo che certe tragedie non si ripetano. In Italia è così, sull’onda emotiva del momento si ferma tutto e non si fa niente fino a dimenticare il tutto fino alla prossima tragedia. Questo vale un po’ per ogni questione, quando c’è di mezzo il Dio Pallone allora tutto è amplificato e si sentono frasi assurde del tipo “ma come possono giocare questi poverelli dopo un avvenimento del genere?”. Giusto fermare Pescara-Livorno, per carità, ma Cesena-Juventus ad esempio? Con che stato d’animo i minatori tornano in miniera dopo la morte di un collega di una miniera lontana? Eppure ci tornano, i calciatori cosa sono, esseri diversi? Ha senso fermare tutto, piangere la scomparsa di questo ragazzo per poi sputare sopra la sua memoria magari continuando ad avvelenare i giovani calciatori? No, non ha senso, ne avrebbe molto di più andare avanti, lavorare, limitare il dolore al minuto di silenzio ed onorare veramente questo giovane costruendo un futuro migliore. Non avverrà mai, siamo in Italia, il regno della retorica e dell’ipocrisia: riposa in pace Piermario, tutti quelli che oggi ti piangono domani ti avranno già dimenticato.
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Complimenti Alessio, bell'articolo davvero! Condivido in pieno quello che hai scritto. Personalmente ritengo giusto aver rinviato tutte le partite anche se per motivi diversi da quelli ufficiali: di fronte a quello che è successo da tifoso mi sarei sentito ridicolo ad esultare per un goal o disperarmi per le solite cose che sarebbero potute accadere in Milan-Genoa; inoltre da giocatore non sarei sceso in campo concentrato solo sulla partita.
Scritto: Domenica 15 Aprile 2012