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Da Van Basten ad Ibra passando per Sheva: la storia non cambia

Del 25/03/2012 di Daniele Manuelli


Da Van Basten ad Ibra passando per Sheva: la storia non cambia Le grandi squadre hanno campioni assoluti e principi del goal. Il Milan nella sua storia ha avuto la fortuna di vantare tra le proprie file calciatori del calibro di Van Basten, Sheva e ora Ibra. Che male c'è ad essere dipendenti da questi atleti?

Per noi degli anni 80’ era una consuetudine la domenica ascoltare la radiolina con davanti la schedina. Il cuore in quell’occasione batteva a mille aspettando che da San Siro o in qualunque altro stadio d’Italia dove il Milan fosse protagonista, l’inviato di turno intervenisse per comunicare un goal dei rossoneri. Nel Milan di Sacchi, lo squadrone che il mondo ha fatto tremare (per chi non lo sapesse) si mise in luce in particolar modo un certo Marco Van Basten definito  “ il  Cigno di Ultrecht”. Arrivato in Italia con il vizio del goal, nella sua prima stagione  rimase a lungo ai box per un brutto infortunio. Nonostante ciò il Milan conquistò il suo undicesimo scudetto e Van Basten riuscì a rendersi protagonista proprio nella partita del sorpasso a Napoli contro i partenopei. Da quel giorno in poi era una tradizione per i milanisti sentire l’inviato alla radiolina, leggere sui giornali e vedere in tv tra i marcatori di giornata Marco Van Basten. Nei tabellini compariva sempre il suo nome. Anche nelle giornate più grigie sapeva trasformare l’unico pallone capitatogli in oro. Questa è la classe del grande goleador, colui che vive di goal e che nelle partite più complicate è capace d’inventare qualcosa di straordinario. Allora inutile negarlo, era un Milan mondiale, una squadra perfetta che esprimeva il miglior calcio al mondo, Van Basten era il suo principe del goal. L’olandese divenne sempre più  fondamentale nella seconda apparizione di Capello sulla panchina del club di via Turati. Fu lui, capocannoniere del torneo, a trascinare la squadra al suo dodicesimo scudetto della storia e probabilmente sarebbe rimasto lui il simbolo se quella maledetta gamba non avrebbe fatto crack fino a farlo smettere definitivamente nell’estate del 95’ quando prima del trofeo Luigi Berlusconi comunicò a tutti il suo addio al calcio.
Il Milan per riavere un bomber di tale nome dovette attendere l’estate del 1999 quando tra molto scetticismo Galliani decise di portare in Italia l’ucraino Scevchencko. Miglior acquisto non ci poteva essere, forse l’unico giocatore azzeccato dall’amministratore delegato in quegli anni in cui, scudetto a parte vinto da Zaccheroni, non arrivarono altre vittorie. L’attaccante mostrò subito il feeling con il goal andando a segno già all’esordio in un Lecce-Milan terminato 2-2 e vincendo dopo Michel Platini, al suo primo anno in Italia, la classifica marcatori che riconquisterà nel 2004 nell’anno del suo unico tricolore in rossonero. Per tutti divenne “Scheva”, ma quel Milan prescindeva principalmente da lui. Nella memoria dei tifosi rossoneri rimarranno i suoi goal specie nei derby (vera bestia nera dell’Inter) uno dei quali mandò in finale di Champions League il Milan. Impossibile dimenticare anche  lo sguardo più volte mostrato dalle immagini televisive prima di trasformare il rigore decisivo del 2003 che permise ai rossoneri di conquistare la sesta Champions League  ma soprattutto di battere in finale la Juventus. Suo miglior partner d’attacco è stato sembra ombra di dubbio Filippo Inzaghi. Un calciatore meno tecnico rispetto agli altri due ma che viveva di goal. Il miglior attaccante al mondo nel giocare sulla linea del fuorigioco, a lui si devono le vittorie in Champions del 2003 ma soprattutto quella di Atene del 2007 dove con una doppietta stese il Liverpool dando al Milan una meritata rivincita. Il rammarico rimane di non averlo mai potuto a vere a disposizione (2003 a parte) per un’intera stagione. In rossonero è stato sempre bersagliato da numerosi infortuni ma lui rimane l’uomo delle “notti di champions” , l’unico italiano ad aver segnato in tutte le competizioni europee ma soprattutto è il vice capocannoniere d’Europa dietro solo a Raul. Un’altra citazione la merita il Milan di Gorge Weah. Il primo africano al mondo ad aver vinto il pallone d’oro. F u lui con le sue undici rete nella stagione 95/96 a trascinare il Milan alla vittoria finale del campionato (15° scudetto). Era il Milan di Baggio, di Savicevic, di Baresi, Maldini, di Boban , di Simone ma soprattutto del liberiano. Le sue reti furono tutte di pregevole fattura e il suo scatto da pantera lasciava di sasso avversari e addetti ai lavori. La sua cavalcata contro il Verona (prima giornata  del torneo 96-97) rimarrà nella storia del calcio italiano. Recupero della palla nella propria area di rigore, protezione del pallone, coast to coast verso la porta avversaria, avversari saltati come birilli e diagonale vincente alla sinistra di Gregori. Quattro ad uno finale. Una meraviglia in un pomeriggio caldo di Milano. L’unica luce in una stagione avara di successi terminata all’undicesimo posto della graduatoria.
Infine l’era Ibra. Milan “Ibra” dipendente. Vero, verissimo specie dopo la vittoria ottenuta a domicilio contro la Roma. Ma chi se ne frega! Permettetemi questa esclamazione. Una grande squadra ha giustamente i suoi campioni che nelle partite più avverse possono tirar fuori le loro prodezze. Ibra è il personaggio dello spogliatoio, la persona che ogni compagno e ogni dirigente apprezza e protegge perfino quando lo svedese eccede nelle dichiarazioni (vedi frecciate ad Allegri dopo Arsenal-Milan). Ibra è questo, o lo ami o lo odi. Protagonista assoluto in coabitazione con Thiago Silva e in numero di goal con Robinho e Pato nella scorsa stagione fino a leader indiscusso del torneo in corso. Se l’anno scorso specie nelle prime partite dopo un Milan-Genoa terminato per 1-0 si vedeva un giocatore vomitare in campo per quello che aveva dato e per il numero di km percorsi, quest’anno si nota un atleta più decisivo, più libero di svariare ma più cinico sotto porta, non a caso i 22 goal realizzati finora lo testimoniano. Allora perché nasconderlo. Il Milan ha  grandi campione e un  campione assoluto  che ha il ruolo di caricare la squadra e di trascinarla a grandi successi. E’ stato così per la Juve di Platini, per il Napoli di Maradona, per l’Inter del primo e unico anno vero di Ronaldo, ora lo è per il Milan. Gustiamoci il momento, assaporiamo le gesta di questo straordinario atleta e continuiamo a sognare in meglio rispondendo ai media con classe è dignità: “ esiste una regola che vieta di essere Ibra dipendenti”? Esiste un altro tutor stile Guido Rossi che voglia imporre ciò? Questo club per troppi anni (anche previa di calciopoli) è rimasto a bocca asciutta  e a Noi di certo gli scudetti di cartone non ce li hanno mai regalati.  Ben venga l’Ibra dipendenza dunque e da tifoso milanista sono pronto a festeggiare anche il giorno proponendo “ l’Ibra day”.
Daniele Manuelli

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