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Intervista a Clarence Seedorf a San Patrignano

Del 22/04/2012 di Daniele Manuelli


Intervista a Clarence Seedorf a San Patrignano Il campione olandese Seedorf stato ospite a San Patrignano in occasione del "WeFree Day" evento dedicato al mondo giovanile.

Il mio sogno è di dare un piccolo contributo per migliorare questo mondo. Essere felice e dare la felicità agli altri”. Il Clarence Seedorf pensiero non poteva lasciare indifferenti i tanti studenti che hanno deciso di incontrarlo oggi al WeFree Day, evento dedicato al mondo giovanile in programma nella comunità di San Patrignano.



Presentato e intervistato dal giornalista Marino Bartoletti, ha incantato gli oltre 500 ragazzi che lo hanno ascoltato e ammirato a bocca aperta. “Sono venuto qua a Sanpa per gli studenti e per i ragazzi della comunità - ha subito attaccato il calciatore - per me è sempre speciale trascorrere momenti vicino a persone normali, a differenza del mio mondo che spesso è finto. Qua ho passato la giornata con persone vere che hanno cose da dire e che fanno cose speciali”.

Un Seedorf molto vicino ai giovani, che ha rivelato di aver incontrato gli stessi loro problemi quando aveva la loro età: “Sono cresciuto ad Amsterdam dai 3 ai 19 anni e non è facile per un ragazzo vivere in una città così. Sono tante le tentazioni che offre e tanti miei amici hanno preso una strada sbagliata, prendendo forse le decisioni più semplici in quel momento, che io però reputavo sbagliate. Mentre i miei amici bevevano, fumavano e provavano la droga, io sceglievo di fare il contrario. Tante volte mi sono trovato in imbarazzo e spesso mi sono sentito diverso, ma la diversità non sempre è negativa se si ha la forza di viverla con orgoglio.

“Sono stati anni di sacrifici”, ha detto il campione rossonero, “ma dire di no a queste cose mi ha dato la forza di sviluppare questo mio talento. Spero che abbiate la giusta forza per fare le vostre scelte”. Uno scroscio di applausi a coprire le sue ultime parole. Poi di nuovo il silenzio per ascoltare il perché della sua scelta di investire sulla sua immagine per aiutare anche gli altri: “Quando avevo 7-8 anni vidi in Tv i bimbi africani che stavano soffrendo la grave carestia in Etiopia. Fu in quel momento che pensai per la prima volta di volere aiutare gli altri. D'altronde io non sono al mondo solo per giocare a calcio e sollevare coppe. Lo potrò fare fino a 40 anni ma dopo avrò bisogno e vorrò fare altro. E' per questo che ho deciso di utilizzare il mio talento e la mia visibilità per ridare qualcosa al mondo.

“Champions for children, la mia fondazione”, spiega Seedorf, “mi ha dato la certezza che la vera felicità la si trova nel dare qualcosa agli altri. Abbiamo creato scuole, campi da gioco e ospedali in Brasile, Olanda, Suriname e Cambogia”.
Da lì le domande dei ragazzi che non hanno sollevato critiche ai suoi colleghi accusati di fare troppo poco per il sociale. Seedorf però non se l'è sentita di scagliare la pietra contro i colleghi: “Credo che i calciatori abbiano poca consapevolezza dell'importanza del loro esempio. Però posso assicurare che in tanti fanno beneficenza senza mettersi in mostra. Io stesso, con altri 10-15 giocatori, darò vita a un grande progetto educativo”.

Spesso attaccato dalle curve avversarie per il colore della sua pelle, ha poi parlato di che cosa sia per lui l'integrazione: “Con il settore giovanile dell'Ajax ho avuto la fortuna di  giocare diversi tornei in giro per l'Europa e forse è stato il periodo della mia vita in cui ho capito che non esistono barriere fra le persone e che chiunque può insegnarti qualcosa di nuovo e interessante”.

Un Seedorf capace di colpire tutti gli studenti per la sua disponibilità alle domande tanto da non sottrarsi nemmeno a rivelare il suo parere su temi come la religione: “Per tante persone è molto importante. Io non seguo una particolare religione, ma credo in Dio e ho una mia spiritualità. E' così che mi aggrappo ad essa per uscire dai momenti di difficoltà”. Talmente disponibile con gli studenti, da stringere loro la mano uno ad uno al termine dell'incontro. 

*Intervista del 2010 realizzata da Daniele Manuelli


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