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Dario Smoje

Del 24/12/2011 di Gabriele Li Mandri


Dario Smoje Gigante forse piu' adatto al basket che per il calcio, arrivò a Milanello con la benedizione di Fabio Capello. Fu soffiato alla Juventus, che ancora ringrazia il Milan per lo scippo.

I giovani sono il futuro del mondo, incluso il calcio. Il ricambio generazionale delle nostre squadre del cuore è un passaggio obbligato: questa esigenza scatena spesso e volentieri una vera e propria caccia al minorenne più talentuoso, che il 90% delle volte si rivela irreparabilmente un’anonima pippa.

 


Dario Smoje rappresenta un antesignano di questa corsa al giovane a suon di miliardi. Nato a Rijeka, la città famosa per essere stata occupata dall’irriverente e nazionalista Gabriele D’Annunzio, conosciuta anche con l’italianissimo nome di Fiume, Smoje dimostrò di essere un eroe dello sport sin da dentro la pancia di mamma Jadranka, infermiera con un passato da playmaker in una famosa squadra di pallamano croata: lo Zamet. Anche papà Krasnodar, meccanico, aveva un bel trascorso da sportivone: era stato infatti playmaker della Kvarner Rijeka, una delle squadre di basket più famose a livello europeo. Il DNA di Dario gli forniva quindi due elementi fisici da grandissimo centrale difensivo: spalle larghe da pallanuotista e spropositata altezza da giocatore di basket, oltre ovviamente all’amore incondizionato per lo sport. Si narra che il parto di Dario fu il più doloroso della storia: non deve essere stato facile per la povera Jadranka cacciar fuori una pertica del genere. Ma fu un parto che diede alla luce quello che pareva un campione predestinato: a soli 17 anni, esordì con la prima squadra del Rijeka (quella di calcio, però) e gli bastarono meno di due anni per diventare famoso. Le due stagioni passate al Rijeka, dal 1995 al 1997, furono abbastanza per convincere gli osservatori di mezzo mondo che il piccolo croato era a tutti gli effetti un crack, un fenomeno da non lasciarsi sfuggire. La Fiorentina fu la prima che provò ad aggiudicarsi questo piccolo (per modo di dire) talento alto quasi 2 metri, invitando Smoje ad un provino di due settimane con le giovanili dei viola: Dario colpì l’allora tecnico Luciano Chiarugi per la forza con cui interpretava il ruolo di centrale, e la Fiorentina l’avrebbe anche preso se il Rijeka non avesse chiesto in cambio l’annessione di Firenze alla Croazia.

 


Ed il Rijeka fece bene ad aspettare, perché Dario Smoje, più passavano le settimane, più riceveva proposte a dir poco allettanti. Difensore centrale abilissimo di testa, combattivo e con una personalità sbalorditiva per un giocatore di appena 18 anni, ci mise pochissimo a conquistare la nazionale U-21 croata, cosa che ovviamente ne fece impennare prezzo e fama. Nel gennaio del ’97 la nazionalina U-18 azzurra giocò a Sanremo un’amichevole contro i pari età croati: fu palesemente organizzata per vedere dal vivo Smoje e provare a circuirlo con qualsiasi tipo di offerta indecente. Dario, dal canto suo, non deluse i suoi ammaliati ammiratori: mise a segno il gol del 2-0 e vinse il premio di migliore in campo. In quell’occasione fu il Brescia a provarci: il Rijeka rispose picche. Luglio era vicino, e con lui le ricche offerte delle big europee.

 


Arrivò luglio, e con lui le offerte, decisamente più consistenti, di un paio di big italiane. La prima big che provò seriamente a prenderlo fu la Juventus: Luciano Moggi, grazie all’aiuto di un altro Luciano (D’Onofrio), riuscì a strappare un’opzione al Rijeka per la modica cifrozza di un miliardo e mezzo di euro. Il trasferimento sembrava oramai cosa fatta, ma la mamma-agente Jadranka ebbe la geniale idea di comunicare alla dirigenza juventina che Milan e Parma erano disposte a pareggiare quell’offerta: l’intento era chiaramente quello di scatenare una mini-asta per il gioiellino croato. La Juve, dopo un colloquio con Braida, decise di ritirarsi gentilmente dalla corsa: fu un atto di fairplay o la tardiva consapevolezza di aver quasi buttato nel cesso 2 miliardi per un pippone? Non è dato saperlo. Il 10 luglio 1997 il Milan poteva così ufficializzare Dario Smoje: Fabio Capello l’aveva voluto fortissimamente in rossonero, tanto da lasciarsi andare a dichiarazioni che definire affrettate era un mostruoso eufemismo, quali “Dario Smoje mi ricorda Collovati” oppure “Questo diventerà un grande giocatore, garantito al cento per cento”.

 

Ed in fondo, secondo Capello, la forza di questo giovane era testimoniata dal fatto che Zvone Boban, che prima di quel momento non aveva mai sentito nemmeno lontanamente nominare Dario, adesso stava facendo la guerra per farlo convocare nella nazionale maggiore: “E' un ragazzo semplice e molto sicuro. Dobbiamo comunque sempre tener presente che non ha ancora 19 anni e in questa squadra può solo imparare. Qui uno come lui deve guardare, ascoltare, seguire gli insegnamenti dei vecchi saggi”. Zvone poi, con la triste ironia che continua a contraddistinguerlo nelle sue uscite come opinionista su Sky Sport, chiosava: “Dario Smoje: Bello, elegante  e speriamo si fermi a un metro e novantadue! In caso contrario c'è sempre la Stefanel, il basket!”. Una cosa però il buon Fabio non la considerò: Zvone, come talent scout, faceva proprio pena. Dal canto suo Smoje si dichiarò, ovviamente, entusiasta del trasferimento: “"Sono impaziente di cominciare quest'esperienza. Per me è un sogno approdare al Milan, la mia squadra preferita da sempre. Il mio agente mi ha sempre portato dall'Italia dei regali. Il più gradito? La maglia di Costacurta, è il mio idolo insieme a Baresi. Spero di conoscerli al più presto”. Ahinoi, li conoscerà.

 


Dario esordì con la maglia rossonera in Coppa Italia, ad inizio settembre contro la Reggiana. L’esordio non fu esattamente positivo: Smoje, oltre a giocare una gara orribile, si fece espellere a 10 minuti dalla fine. Le sue prestazioni poco convincenti spinsero il suo fan numero 1, Capello, a retrocederlo nella primavera, nonostante le offerte di Empoli e Fiorentina, vogliose di averlo in prestito. In primavera gli andò meglio: alla prima giornata di campionato, contro il Padova, finì nel tabellino dei marcatori. Con un pauroso autogol. Tormentato da qualche guaio fisico di troppo e da prestazioni a dir poco deludenti, Capello lo tenne in freddo fino a dicembre, quando lo convocò per un’amichevole in Israele: pochino per quello che doveva essere il nuovo perno della difesa milanista, che tra l’altro quell’anno annoverava fra le sue fila brocchi di prima classe come Bogarde, Ziege, Nilsen e Cardone. A Gennaio ’98 esordisce in serie A e le cose sembrano girare per il verso giusto: Dario inanella un paio di prestazioni decenti, ma saranno solo un fuoco di paglia. Col Parma riesce nell’impresa di far sembrare Fiore un fenomeno, prima di venire sostituito nell’intervallo niente popò di meno che dal 18enne Comazzi. Col Bari e col Bologna tocca definitivamente il fondo, rendendosi colpevole di tutte le reti segnate dagli avversari: Costacurta, suo compagno di reparto (oltre che di sventure), andrà in cura da uno psicologo. Capello apparentemente lo giustifica (“sono solo errori di gioventù”), in realtà lo fa fuori: quelle due saranno le ultime apparizioni in rossonero.

 


Capello a fine anno viene licenziato in tronco, sostituito dal pragmatico Zaccheroni, che ovviamente di Smoje non ne vuole sapere. Ma il Milan tenta ancora di capitalizzare l’investimento mandando il difensore croato in serie B, con l’intento di farlo sbocciare: viene spedito al Monza, squadra satellite dei rossoneri, dove rimarrà per ben due anni. Saranno due anni anonimi e deludenti, resi meno amari da un paio di gol, ma che comunque sancirono la mediocrità di questo giovinotto. Nel 2000 finisce all’ambiziosa Ternana, neo-promossa in serie B e amica della società rossonera. L’esordio, ancora una volta, non è dei più fortunati: Smoje colleziona infatti l’ennesima espulsione, come da rito. Dopo un altro paio di prestazioni indecenti viene spedito in panchina e la Ternana, chissà perché, sfiora l’incredibile promozione in serie A.

 


Scaduto il contratto col Milan, Smoje abbandona (finalmente) l’Italia e viene arruolato dalla Dinamo Zagabria. Dopo un primo anno da comparsa, nel secondo gioca stabilmente titolare, segna e arriva addirittura a conquistare il suo primo scudetto in carriera: certo, si tratta pur sempre dello scudetto croato, ma in fondo meglio di niente. Nel 2003-2004 fa una comparsata al NK Zagabria, giocando ad alti livelli ed esordendo addirittura nella nazionale maggiore croata. A fine anno si trasferisce al Gent, in Belgio, dove rimarrà per ben 4 anni nonostante qualche offerta interessante da parte di Besiktas, Anderlecht e Siviglia. Nel 2009 si trasferisce per un anno al Panionios, in Grecia, prima di chiudere col calcio l’anno successivo, tra le fila dell’innominabile Hrvatski Dragovoljac. Dopo pochi mesi in questa oscura formazione croata semi-professionista, oramai diventato un vecchio ciccione, Darione appende le scarpette numero 47 al chiodo.

 


Gabriele Li Mandri

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