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Jens Lehmann

Del 24/12/2011 di Gabriele Li Mandri


Jens Lehmann Una delle tante vittime di Sebastiano Rossi, che ogni estate partiva riserva per poi riprendersi la maglia n.1 dal titolare di turno. Il buon Jens, reduce dai successi con lo Schalke, aveva tutte le carte in regola per esserne l'erede, anche per caratteristiche "psicologiche". Non fu così.

Durante un’intervista, un certo Gianluigi Buffon sostenne che per fare il portiere bisogna essere pazzi per natura. Perché non è normale stare lì ad ammirare per interminabili minuti 20 giocatori che si contendono la palla, senza annoiarsi, senza avere voglia di entrare in gioco e fare gol. Quello del portiere è un ruolo paradossale: tutti giocano coi piedi, lui con le mani; tutti giocano per gonfiare la rete, lui per evitare che accada; tutti corrono, lui sta fermo ad osservare. Un portiere è un folle, ha la pazzia nel DNA, e se non l’ha non sarà mai qualcuno. Nel bene e nel male. Nella storia del Milan vi sono stati tantissimi portieri fenomenali, altrettante pippe ed altrettanti portieri normali. Se si parla di pazzia, anche noi abbiamo avuto l’onore di ammirare un portiere che certo sano di mente non era: il mitico Seba Rossi. Purtroppo, o per fortuna, non abbiamo avuto l’onore di ammirare per lungo tempo le gesta di un portiere che oggi, a 42 anni suonati, viene considerato uno dei più forti sul panorama internazionale degli ultimi anni, ma anche uno dei più divertenti, grazie ai mille siparietti ed alle innumerevoli papere colossali collezionate durante la sua lunga carriera. Stiamo parlando del tedeschissimo Jens Lehmann.

 


Nato ed esploso nello Schalke 04, Lehmann dimostrò sin da subito di non essere uno qualsiasi: nel 1997 vinse la Coppa UEFA ai danni dell’Inter, e qualche mese dopo divenne il primo portiere del campionato tedesco a segnare un gol su azione. Non c’è che dire, era un predestinato. Salito alla ribalta piuttosto tardi, sulla soglia dei 30 anni, Lehmann attirò su di sé le attenzioni del Milan, che stava giusto cercando un erede di Seba Rossi: va detto che difficilmente avrebbe potuto pescare un giocatore così tanto somigliante sotto certi aspetti. Jens era infatti tutto tranne che un agnellino, abituato ad autentici pestaggi da Saloon con qualsiasi essere vivente entrasse nel suo territorio, ovvero nella famosa area piccola: avversari, compagni, arbitri, persino raccattapalle, dovevano preparasi al peggio quando si aggiravano da quelle parti. Ma Jens non era solo questo. Jens era uno spettacolare para-rigori, uno di quei portieri che si fanno in quattro, uno di quegli armadi che quando li vedi volare per aria ti chiedi come sia fisicamente possibile che ciò accada. Jens era, insomma, un portiere che lavorava con molto olio di gomito, ed in fondo era proprio il gomito la sua arma prediletta nelle sopracitate risse.

 

Nell’estate del 1998 il Milan scommise su di lui, ma il portierone tedesco ci mise pochissimo per disattendere le speranze dei tifosi e della dirigenza milanista: la frittata arrivò bella pronta già alla 3 giornata del girone d’andata, a San Siro contro la Fiorentina di Batigol. Lì Lehmann, già vittima di un mancamento sull’1-0 di Batistuta, ebbe la geniale idea di raccogliere con le mani, con tutta la tranquillità del mondo, un retropassaggio dell’incredulo Costacurta: punizione dentro l’area e bomba gol dell’argentino per il momentaneo 2-0 e doppietta personale. Per la cronaca la partita finì 1-3 per la Fiorentina, e per la cronaca già lì Lehmann si giocò il suo futuro in maglia rossonera: saranno infatti solo 5 le presenze in campo, prima di venire sbolognato (da campione d’Italia) al Borussia Dortmund l’estate del 1999.

 


Sarà stata la rinnovata aria di casa, ma Lehmann in Germania tornò a fare bene. Grandissime parate, miste ovviamente a papere di pregevole fattura e risse degne di “Non è un paese per vecchi”. Nel 2002, ultimo anno di permanenza al Borussia, riuscì nella doppia impresa di vincere la Bundesliga e di passare alla storia come il portiere più espulso nell’arco di un campionato: furono ben 5 i cartellini rossi che più di un temerario arbitro gli sventolerà sotto il naso furente. Un altro record per Lehmann, già il secondo in Germania. Nel 2003 proverà nuovamente la grande avventura in una big: stavolta in Inghilterra, all’Arsenal. Proprio lì Lehmann si farà conoscere al mondo per quello che effettivamente era: un portiere fenomenale matto quanto un cavallo. Con l’Arsenal arrivò a vincere, nell’arco di due anni, il campionato, il Community Shield e la Coppa d’Inghilterra, rendendosi protagonista assoluto ogni volta che l’Arsenal scendeva in campo. Epiche rimarranno le concitate risse in area di rigore, quando rischiò la vita durante un pestaggio con Drogba, oppure quando (contro il CSKA in Champions) cercò a più riprese di strozzare un suo compagno di squadra, reo di non aver difeso bene. Esilarante quando riuscì a farsi ammonire per simulazione dopo un tackle subito da un giocatore del Tottenham. Assolutamente geniale quando, per perdere tempo, andava a raccogliere personalmente i palloni sotto la curva e, tirandoli sugli spigoli dei cartelloni pubblicitari, li faceva tornare esattamente dove li aveva raccolti. Fu proprio all’Arsenal che Jens “The Crazy” Lehmann (come solevano chiamarlo in Inghilterra) si impose come uno dei portieri più forti del mondo, nonostante tutti i suoi colpi di testa. Per inciso, anche all’Arsenal riuscirà a conquistare un record che per un portiere vale quanto un pallone d’oro: riuscì infatti a battere, nella Champions del 2006-2007, il record di imbattibilità individuale detenuto fino a quel momento da Edwin Van der Saar, durato 658 minuti, fissando la nuova quota a 853 minuti. Record tutt’oggi imbattuto. Ma non sarà l’unico che Lehmann si aggiudicherà con la maglia dei Gunners: sarà infatti il primo e finora unico portiere espulso durante una finale di Champions (per inciso quella col Barcellona nel 2006). Nonostante quello, riuscirà comunque a vincere il premio di miglior portiere della competizione.

 


Nel 2008, dopo 5 anni indimenticabili in Inghilterra, Lehmann venne ingaggiato dallo Stoccarda, tornando quindi in Germania per la seconda volta. Era talmente una celebrità che la regia tedesca gli piazzava ad uomo una telecamera fissa, che non lo abbandonava mai, il tutto per non perdersi nemmeno un secondo della sua genialità. Com’è ovvio, anche allo Stoccarda diede autentico spettacolo: il tentativo di dribbling sull’attaccante avversario e la conseguente perdita di palla con gol divenne il suo marchio di fabbrica. Ogni volta che riceveva un retropassaggio, tutto lo stadio cadeva nel terrore più puro che potesse esistere: quando la perdeva, oltre al gol subito, Lehmann non mancava occasione per tirare anche qualche pugno a colui che aveva osato sbertucciarlo. Così, giusto per gradire. Il portierone divenne famoso anche per le folli uscite che spesso finivano per mandare all’ospedale chiunque osasse avvicinarsi a lui. Col Barcellona, in Champions, cercò di uccidere Puyol con una terrificante uscita a gamba tesa su una palla assolutamente innocua. Talmente innocua che persino Puyol, conscio della drammaticità del momento, alzò le braccia come a dire “oddio ma chi me l’ha fatto fare”. Tristissimo, quando si fece prendere per i fondelli da un raccattapalle di 13 anni che non gli voleva restituire il pallone. Adorabile, quando decise di strappare a morsi il cuoio del pallone. Avventato, quando fece un bisognino dietro la porta e rischiò di prendere quello che sarebbe stato il gol più divertente della storia del calcio. E ancora, strepitoso quando volando parava un calcio di rigore su due.

 


Nel 2010 Lehmann si ritirò dal calcio giocato, alla veneranda età di 40 anni. Il pubblico dello Stoccarda gli dedicò un’ovazione strappalacrime: difficile, sinceramente, pensare al calcio orfano di un personaggio di questo calibro. Ed infatti Lehmann tornò a giocare l’anno successivo, ancora all’Arsenal, che necessitava di un portiere per sostituire i suoi infortunati. La gara del suo ritorno, che s’è giocata a Marzo 2011, coincise anche con la gara ufficiale numero 200 con la maglia dei Gunners. Non ritirarti Jens, fallo per noi.

 


Gabriele Li Mandri

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