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Martin Laursen

Del 19/01/2012 di


Martin Laursen Dopo due ottime stagioni al Verona fu scippato dal Milan al Parma. Due goal alla Fiorentina e alla Lazio non servirono per mantenere il posto da titolare. Con l'esonero di Terim e l'avvento di Ancelotti, il danese fu spedito in panchina. Delle sue apparizzioni ricordiamo le tante lenti a contatto perse negli scontri aerei.

Il calcio può alle volte somigliare al risultato di una semplice operazione: chi ha la vista lunga, chi ci vede più lontano, può scovare a due lire quei talenti che faranno vincere tutto. Beh, non è del tutto scorretto, sempre che si rimanga nel campo delle metafore. Il Milan ebbe l’ardire di puntare su un giovane nordico che conquistò dirigenza e tifosi per una sua peculiare caratteristica: le lentine. Stiamo parlando di Martin Laursen.



Danese, ma di probabili orgini extraterrestri, questo “stralunato” difensore cominciò la sua carriera nel lontano 1996, tra le file di una squadra di morti di fame che, nonostante tutto, nel ’97-‘98 riuscì ad arrivare seconda nel prestigiosissimo campionato di casa: il Silkeborg. 19enne di grandissime prospettive, bello e freddo come una pentola d’acciaio inox tenuta nel congelatore per una notte, biondo come solo i vichinghi sanno esserlo, dall’occhio azzurro quanto l’Oceano Atlatico, questo eclettico personaggio entrò nel giro del calciomercato italiano, si presume per puro caso. Fu il Verona, allora in Serie B, ad interessarsi a questo virgulto nordico e possente, alto, glaciale, che utilizzava i piedi solo per potare alberi o rasare aiuole, o peggio ancora per spezzare qualsiasi tibia osasse frapporsi fra lui e il pallone. Era il 1998-99, e la squadra scaligera esultava per essersi aggiudicata l’erede di Olaf il Bianco, grazie alla mediazione decisiva dell’ex campione veronese Preben Elkjaer. “Perdinci”, mormoravano i tifosi gialloblù, “se ce lo consiglia uno che quasi strappava il pallone d’oro a Platini, dev’essere per forza un fenomeno!”. Qualcun altro si spingeva addirittura oltre: “Vinceremo il campionato, 13 anni dopo il primo e ultimo scudetto, e sarà per merito del pupillo del fautore di quel miracolo sportivo!”. Ok, magari nessun tifoso veronese avrà mai pensato questo, ma su una cosa ci si poteva scommettere: il ragazzo aveva i numeri. Ed effettivamente il Verona vinse il campionato, anche se si trattava di quello della Serie B.



Era l’anno del mondiale in Francia, la Danimarca non vi partecipava ma Prandelli pensava che il danesino Martin prima o poi l’avrebbe raggiunta. Fu proprio il mister a consigliarne caldamente l’acquisto, e padron Pastorello lo accontentò, strappandolo dalle grinfie della Premier inglese. Laursen arriva a Verona per una cifra che si aggira sulla centomila lire, o poco più. La prima stagione in maglia gialloblù è moderatamente disastrosa: Martin, che per mesi aveva provato ad imparare l’italiano, proprio non riesce a intendersi con Prandelli e finisce dritto dritto in tribuna. Poi, il miracolo: il danesino mette da parte i libri, indossa le scarpe da calcio e allora comincia a ritagliarsi un posto importante in squadra. Prandelli lo nota e gli fa collezionare ben 6 presenze, nell’anno della miracolosa promozione in Serie A. L’anno successivo è quello della consacrazione: galvanizzato dall’arrivo del difensore Apolloni, Martinuccio s’impone come uno dei migliori centrali della massima serie, arrivando a segnare anche 2 gol (di cui uno, ovviamente, al Milan). Il Verona arriva in Intertoto e Martin si guadagna il soprannome, poco casuale, di “Mastino del Bentegodi”. L’anno successivo è il più complicato: Laursen perde sicurezza, Pastorello smobilita la squadra, ed il ginocchio del danese comincia a scricchiolare. Il Verona finisce per giocarsi la permanenza in Serie A contro la Reggina. Indovinate chi segna il gol decisivo al Bentegodi? Proprio lui, Martin Laursen. Dalle parti di Verona, quel gol se lo ricordano ancora. Probabilmente se lo ricorda anche lui, visto che quasi non poté festeggiare coi compagni perché selezionato per il controllo anti-doping, immobile come un totem per oltre un’ora, in mezzo ad un corridoio, in attesa di fare la pipì.



Pastorello capisce che è arrivato il momento di monetizzare e vende anche lui nell’estate del 2000, per un botto di milioni, al Parma. Inizialmente arruolato in organico, viene successivamente girato al Milan, che si assicura così uno dei centrali più forti in Italia, tra l’altro fresco di convocazione in nazionale. Le prime quattro partite sono da sogno: prestazioni titaniche, e ben 2 gol messi a segno: a fine anno Laursen arriverà a collezionare ben 22 presenze, non male per una giovane promessa. Poi il giocattolino si rompe, e si rompe anche il danese: cominciano le prestazioni da incubo, e viene spedito in panchina da due tipetti come Maldini e Nesta. Laursen ha perso la fiducia della dirigenza, e non solo: le poche volte che gioca, ad ogni contrasto aereo finisce per perdere le lentine. Le telecamente, impietose, riprendono un armadio biondino che vaga spaesato per il campo, facendosi scudo con le mani, nel tentativo di non inciampare nelle migliaia di falle del prato di San Siro: è il delirio, i tifosi cominciano a lacrimare dal ridere, invocando il suo nome a gran voce. Poi nel 2004, all’improvviso, Laursen diventa antipatico al 99% degli italiani, in quanto protagonista del celebre “biscottone” che spinse delicatamente l’Italia fuori dagli Europei: pareggione annunciato, 2-2 con la Svezia e tutti a casa. Galliani, come tutti, s’incazza e lo impacchetta all’Aston Villa. È il 2004, e Martin abbandona l’Italia per non farvi mai più ritorno, portandosi però in saccoccia un discreto numero di trofei, di cui nessuno vinto da protagonista: uno scudetto, una coppa Italia, una Champions ed una Uefa. Ed anche lo stinco del povero Javi Moreno, ripetutamente azzoppato in allenamento, senza alcun apparente motivo.



L’Inghilterra, dicevamo. La terra dei tackle assassini, dei difensori cagnacci, dell’omicidio colposo sui campi di calcio. La terra che fa per Martin. Effettivamente qui il danese si consacra: dopo aver fatto la spola fra buone prestazioni ed infermeria, a causa di un ginocchio oramai maciullato, nel 2007 aiuta i compagni ad ottenere un posto in Intertoto. Decide di togliersi anche qualche sassolone dalla scarpa, prendendosela con la sua ex-società: “Io sono il tipo di giocatore che ha bisogno di sentire la fiducia dell'ambiente. La sento all'Aston Villa e i risultati si sono visti subito al mio ritorno in campo. Avevo bisogno di un club che mi rispettasse dopo la mia esperienza al Milan, dove non sono stato assolutamente rispettato. L'Aston Villa è il club perfetto per me”. È eletto idolo della tifoseria, che lo adora quando tira calcioni da kung-fu agli avversari, o quando spazza palle sulla Luna. Torna anche al gol, la stagione successiva, contro un avversario del calibro dell’Ajax, in Coppa Uefa, per poi bissare in campionato contro lo Stoke City. Sembra essersi sistemato, in una realtà che lo vede finalmente protagonista: vince il titolo di miglior giocatore danese dell’anno (battendo la concorrenza di un fenomeno come Poulsen) e arriva persino a vestire la fascia di capitano, nel 2008, prima in Intertoto (quasi casualmente) e poi in pianta stabile, sostituendo l’ex capitano Barry. E quella fascia gli porta una sfiga tremenda. Si rompe di nuovo il ginocchio, ed i medici lo avvertono che continuare a giocare a calcio potrebbe ridurlo una poltiglia. Laursen prova a tornare ma lo stesso mister del Villa, Martin O’Neill, impietosito dalla paurosa zoppìa del danese, gli consiglia di darci un taglio. Martin si ritira così dal calcio giocato, il 14 maggio 2009, alla giovane età di 31 anni.



Dopo un silenzio di due anni, Martin è tornato, con tanto di patentino da allenatore. Da poche settimane ha accettato di guidare dalla panchina il mitico Sollerod-Vedbaek, militante nella seconda serie danese, girone Est, terza stella a destra e poi dritto fino al mattino. Un mattino un po’ nuvoloso, viste le 6 pere incassate alla sua prima da allenatore. Coraggio Martin, almeno questa volta, se smetterai, non sarà colpa delle tue ginocchia.

 

 

Gabriele Li Mandri

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