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Mohammed Aliyu Datti

Del 20/04/2012 di Gabriele Li Mandri


Mohammed Aliyu Datti Un giovanotto dalle belle speranze tanto da far affermare a Galliani:"Aliyu e’ il giocatore che una volta ceduto allo Standard di Liegi ci ha consentito di liberare un posto da extracomunitario per Kaka’»

Esiste un detto, vecchio come l’alba dei tempi, che recita così: la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo. Ebbene, soprattutto nel calcio questo detto non sempre corrisponde ad oro colato, o forse si, dipende dai punti di vista. A volte la fortuna è così perfida da baciare sulla fronte il primo malcapitato di turno, a concedergli la possibilità immeritata di giocarsi qualcosa di troppo, troppo importante, salvo poi mollarlo lì, al palo, come una fidanzata di cui ci si vergogna. Forse non è vero che la fortuna è cieca, forse è meglio dire che in certi casi la fortuna ha davvero dei pessimi gusti. Al contrario della sfiga: quella, presto o tardi, arriva sempre. Ed è quello che è capitato ad un ragazzino nigeriano, veloce come il fulmine.



Mohammed Aliyu Datti, attaccante nato a Makada, che per la cronaca si trova in Nigeria e non in Giappone, cominciò in patria la sua trafila calcistica, sin da giovanissimo, nel club locale dello Zaria Young Strikers. Non si sa come, non si sa perché, non si sa quando, questo fuscello alto un metro e 80 appena 15enne, veloce come il vento e magro come un manico di scopa, attirò le attenzioni del mercato italiano. Si narra, erroneamente, che il suo primo scopritore fosse stato Cesarino Viganò, presidente del Padova e tifosissimo dell’Inter. I suoi collaboratori gli presentarono due bei giovinotti nigeriani, entrambi attaccanti, candidati ad entrare nelle giovanili del Padova, che allora militava in Serie B: si trattava di Garba e, appunto, Aliyu. Cesarino si trovò in serio imbarazzo perché entrambi erano, a suo dire, due ottimi prospetti, ma il prescelto poteva essere solo uno, viste le regole sul tesseramento degli extracomunitari. Sembra triste, ma la sceltà finì per essere dettata dalla sorte: “quando vidi quei due insieme non sapevo davvero chi scegliere, erano bravi tutti e due. Ma potevo tesserarne solo uno, così a tavola la sera tirammo a sorte: uscì Aliyu”. Fu così che nel 1997 il Padova tesserò il giovane africano, che riuscì persino a collezionare 4 presenze in Serie B coi biancorossi: vuoi vedere, pensava Cesarino, che quella benedetta monetina c’aveva preso?


L’anno successivo Aliyu venne mandato in prestito alla primavera del Ravenna, ma già si capiva che c’era qualcosa che bolliva in pentola. E siccome il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi, c’era un’altissima probabilità che il giovane africano fosse capitato proprio dentro la pentolaccia milanista, e così fu. Dopo pochi mesi, infatti, Ariedo Braida rimase folgorato da questo presunto talentino e decise di parlarne col Padova di Viganò: 1 miliardo e mezzo delle vecchie lire furono spese per portare a Milano la metà di un giocatore che, già per intero, non raggiungeva i 25 chili di peso. Aliyu era un perfetto sconosciuto, ma ben presto la stampa si interessò a lui: chi era quel ragazzino magro e timido che si aggirava ogni tanto per Milanello, con l’aria spaesata? Chi era quell’attaccante che tutti i giovedì, convocato da Zaccheroni per le amichevoli della prima squadra, deliziava il pubblico sugli spalti a suon di gol? Una troupe di Italia 1 provò addirittura ad intervistarlo, ma Braida fermò tutto pochi minuti prima: “Ma siete matti? Se lo fate diventare famoso chissà poi quanto mi tocca pagarlo!”. E Cesarino intanto si sfregava le mani.



Ma Altafini lo conosceva bene. Era stato lui, checchè se ne dicesse, a scoprire quel talentino un paio d’anni prima: la nazionale nigeriana Under 17 era, ai tempi, fresca vincitrice del Mondiale di categoria tenutosi in Giappone, e Altafini ebbe la brillante idea di portarla in Italia per una serie di provini, organizzando un’amichevole a Borgosesia contro la formazione locale. Altafini invitò all’evento calcistico dell’anno tutti gli osservatori dei grandi club italiani, compresi ovviamente Milan, Juventus ed Inter: nessuno ebbe il coraggio di presentarsi. Venne solo Sergio Vatta, ex-dirigente delle varie nazionali giovanili italiane, famoso sì per essere un grande scopritori di talenti, ma che sfortunatamente quell’anno era passato ad allenare la nazionale di calcio femminile. José la prese molto male, e insistendo personalmente con l’avvocato Agnelli, riuscì ad ottenere un secondo provino presso la Juve: giocarono sia Garba che Aliyu, insieme ad un altro paio di prospetti nigeriani interessanti, ma la Juve li rimandò cordialmente a casa. Altafini compreso. Da lì i due finirono poi di fronte alla famosa monetina di Cesarino Viganò: Garba andò al Chievo (dove collezionò la bellezza di 0 presenze, per poi essere cortesemente silurato), mentre Aliyu finì poi al Milan. Bene per lui, non tanto per il buon Altafini: “mi spiace che nessuno voglia riconoscere i miei meriti”. Ma forse, Caro José, era meglio così.

 

Al Milan erano entusiasti: “assomiglia a George Weah”, sentenziava Braida, mentre Zaccheroni vedeva in lui un grande prospetto del futuro, tanto da soprannominarlo ET. Anche se spompato dal Ramadan, come dichiarò successivamente lo stesso allenatore del Milan. Tassotti girava il coltello nella piaga: “per l’età che ha, è sicuramente un fenomeno”. Il “fenomeno” riuscì anche a giocare, quell’anno, due partite con i rossoneri: ebbe la fortuna di esordire a Bologna nei minuti finali, una partita decisiva per lo scudetto dei rossoneri, vinta per 3-2 grazie ad un gol di N’Gotty. Il Milan decise che valeva la pena riscattare la metà del cartellino ancora in mano a Viganò, cosa che avvenne per la sconsiderata cifra di 5 miliardi di lire: probabilmente il buon Cesarino conserva ancora quella monetina. L’anno successivo, nel 2000, fu mandato al Monza, storica succursale del Milan, a farsi le ossa: Aliyu giocò 26 partite segnando solo 3 gol. Tornato a Milano nel 2001, nessuno lo chiamava più “fenomeno”, nessuna TV voleva più intervistarlo, nessun Altafini ricordò di essere stato il suo scopritore: tutti lo avevano abbandonato, in primis la sorte, che si stava piano piano riprendendo ciò che gli aveva sconsideratamente donato nell’oramai lontano 1997. Dopo un anno passato a fare la bella statuina, complici anche svariati infortuni che gli tormentarono il ginocchio, Aliyu venne mandato nel 2002 in prestito al Siena: 4 presenze e zero gol. L’incantesimo si era definitivamente spezzato. Il non più giovanissimo africano venne definitivamente cacciato a pedate dai rossoneri. Passò due discrete stagioni, una allo Standard Liegi ed una al Mons, per poi emigrare sempre più verso il basso: Gent, Zulte, ancora Mons, Niger Tornadoes ed infine nel 2009 Dessel, squadra di terza divisione belga, dove pare giochi tutt’ora.

 

Al Milan nessuno lo ricorda più per l’avventato paragone con Weah, per la sua velocità da centometrista, per il suo viso innocente, quanto piuttosto per il fatto che “Aliyu è il giocatore che una volta ceduto allo Standard di Liegi ci ha consentito di liberare un posto da extracomunitario per Kakà”. Parole di Adriano Galliani.

 

Gabriele Li Mandri

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