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Pablo Garcia

Del 24/12/2011 di


Pablo Garcia Narra la leggenda che Braida andò a vedere l'Atletico Madrid "B", scambiandolo per la squadra titolare. Si innamorò del regista, l'uruguaiano Pablo Garcia, e lo portò in maglia rossonera. Dove si segnalò soprattutto per l'estrema lentezza.

Da anni si sostiene che per giocare in Europa, specialmente in Italia, un centrocampista debba avere innanzitutto spiccate doti fisiche. Perché le frivolezze, le magie fini a loro stesse non sono indicate in un campionato che conta fra le sue fila autentici mazzolatori di professione ed allenatori maestri di tattiche, pressing e catenacci assortiti. Per sfondare nel belpaese, un centrocampista deve essere innanzitutto roccioso e dinamico, in grado di resistere alle legnate e di inserirsi in un preciso gioco di squadra. Non lo fu, nel modo più assoluto, la meteora rossonera Pablo Garcia.

 


Centrocampista di origine uruguayana, o forse marziana vista la sua bruttezza e la solo vagamente accennata somiglianza con esseri umanoidi, esplose (per modo di dire) nel Montevideo Wanderers alla tenera età di 17 anni. Presunto gioiellino e crack del futuro, Garcia univa spiccate doti da incontrista ad una grande tecnica: alto, dal fisico modellato, possedeva anche un sinistro che molti addetti ai lavori definivano magico, e che spesso lasciava il segno su punizione. Nel 1998, a soli 18 anni, attirò su di sé le attenzioni dell’Atletico Madrid, che lo acquistò barattandolo con perline e specchietti di dubbia fattura: per inciso, nell’Atletico Pablo Garcia non trovò mai spazio, finendo per giocare nella squadra B. A fine stagione fu mandato a fare esperienza al Peñarol, dove quantomeno arrivò a giocare 9 partite, per poi tornare all’Atletico ed assaggiare finalmente il calcio dei grandi: 38 furono le presenze durante questa sua seconda esperienza in Spagna, conditi da 3 marcature. Proprio in quegli anni Pablo Garcia scoprì di essere il risultato di un esperimento genetico ottenuto incrociando i geni di Pablo Neruda e Garcia Lorca, al fine di ottenere un calciatore in grado di fare poesia coi piedi: questa sua scoperta gli valse il passaporto spagnolo e, dunque, comunitario. Quando poi divenne palese che tale esperimento genetico s’era rivelato un totale flop, il suo passaporto rischiò di essere revocato. Galliani, non a caso, prima di acquistarlo mandò una caterva di investigatori per assicurarsi che questo presunto passaporto non facesse acqua da tutte le parti.

 


Il dirigente milanista, con la consueta lungimiranza che lo contraddistingueva in quegli anni a cavallo del nuovo millennio, fu dunque colui che scommise di più su questo ragazzotto. Costato una decina di miliardi, arrivò a vestire i colori rossoneri nell’estate del 2000, raccomandato niente popò di meno che da Daniel Passarella: “Zaccheroni può andare sul sicuro, Pablo ha tutto per fare bene in Italia; è un grande incontrista e ha un innato il senso del gioco; è forte sui calci piazzati oltre che di testa”. L’asino cascava quando poi l’ex difensore di Fiorentina e Inter aggiungeva: “..e non è assolutamente lento”. Invece Pablo Garcia era lento, lento da far paura e svogliato a tal punto da far cascare le braccia persino al tifoso più paziente del cosmo. Josè Mari, suo connazionale nonché compagno di squadra, sostenne addirittura che Garcia fosse uno di quei giocatori in grado di prendere per mano la squadra: “è dotato di grande personalità”, osò dichiarare. Pablo Garcia era invece una semplice pippa, un giocatore mediocre in grado di fare cose decenti solo in squadre e campionati minori, salvo sgonfiarsi come un palloncino su platee più importanti. Al Milan capirono subito di che pacco si trattasse, non a caso Galliani non esiterà a mandarlo in prestito al Venezia, già saturo delle minchiate che Pablito combinava sul rettangolo verde. Sfortunatamente, prima che ciò accadesse, Garcia ebbe l’opportunità di giocare 5 gare ufficiali coi colori rossoneri, prima sotto Zaccheroni e poi sotto Terim. L’esordio in campionato non fu esattamente fortunato: 4-0 a Firenze, Garcia fra i peggiori in campo, surclassato da Rui Costa in modo imbarazzante. E non andò meglio in Champions: 2-0 ad Istambul contro il Galatasaray e solita prestazione da tregenda, in una gara decisiva per la qualificazione (che poi sfumerà contro il Deportivo). A Venezia Pablo Garcia trovò la sua definitiva consacrazione: 14 gare ufficiali e retrocessione del club in Serie B.

 


Nonostante su questo giocatore oramai campeggiasse l’etichetta di pippa conclamata, l’Osasuna decise di investire i soldi avanzati dal caffè al bar su di lui, prendendolo in prestito dal Milan. Pablo Garcia resuscitò letteralmente, diventando una pedina fondamentale della sua nuova squadra, tanto da guadagnarsi il riscatto dell’Osasuna a fine stagione. Nel 2003 rischierà addirittura di vincere un trofeo, la Coppa del Re, persa però per 2-1 contro il Betis. Le sue brillanti prestazioni convinsero un’altra grande squadra, il Real Madrid, ad investire su di lui: arrivò in cambio di 4 milioni più il cartellino del madridista Borja, nell’estate del 2005. Preferito inizialmente al più roccioso e scafato Gravesen, dopo aver conquistato addirittura il posto di titolare nel centrocampo dei merengues, Garcia ebbe la brillante idea di cominciare a rompersi ogni 15 giorni circa, giocandosi posto e squadra. Ben presto tornerà nel dimenticatoio, posto che probabilmente più gli si addiceva, fino a venire scartato dal neo-tecnico del Real Fabio Capello, che decise di cacciarlo brutalmente. Garcia però non ne voleva sapere di rescindere il contratto, così fu mandato in giro per la Spagna ad attendere la scadenza di quest’ultimo: dopo un tentativo dell’Osasuna di riportare in figliol prodigo in Pamplona, nel 2006/2007 fu spedito al Celta di Vigo e l’anno successivo al Real Murcia. Liberatosi del contratto col Real, Pablito firmò per il PAOK Salonicco nell’estate del 2008, dove gioca tuttora, fra gol su punizione e risse da bar.

 


Ha giocato anche 66 partite nella nazionale uruguayana, ben figurando tra l’altro, specialmente durante le qualificazioni ai mondiali nippo-koreani del 2002. Nel 2007, in contemporanea al Real, anche la nazionale gli ha dato il benservito.

 


Gabriele Li Mandri

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