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Patrick Kluivert

Del 24/12/2011 di


Patrick Kluivert Erede di Van Basten, gioiello del vivaio dell'Ajax, carnefice del Milan nella finale di Champions del '94-'95. Patrick Kluivert arrivò a Milan con un librone di credenziali, che presto finirono nel fuoco, cancellate da prestazioni insufficienti e clamorosi goal sbagliati.

Ho già detto, stradetto e ripetuto che la differenza fra meteore e bidoni a volte è davvero sottile. Non si capisce quale ingranaggio salti via nella mente di un giocatore talentuoso, ad un certo punto della sua carriera, tanto da trasformarlo in una pippa come poche: si parla di incapacità nel reggere la tensione ad alti livelli, di rapporto burrascoso coi compagni e con l’ambiente, con l’allenatore, di stili di vita non certo consoni ad un atleta, di aspetti caratteriali che fanno a cazzotti con un gioco che teoricamente dovrebbe essere di squadra, per continuare all’infinito. Ebbene, c’è un giocatore che incarna pienamente quanto detto finora: Patrick Kluivert.

 

Questo olandese di origini surinamensi, con il viso da eterno ragazzino, ad un certo punto della sua giovane carriera sembrava davvero essere il nuovo crack del calcio mondiale, paragonato addirittura a mostri sacri come Marco Van Basten e Johan Cruyff. Nato nelle giovanili dell’Ajax, un po’ trequartista ed un po’ attaccante, dopo essersi fatto tutta la trafila arrivò ad esordire in prima squadra alla tenera età di 18 anni, facendosi notare per l’incredibile media realizzativa: un bel malloppo di 18 gol, tutti segnati nella stagione dell’esordio (il 1993/94), che però non bastarono per la conquista del titolo nazionale. Ma fu la stagione successiva a regalare a Kluivert un posto in prima fila nel palcoscenico del calcio mondiale: quell’anno vide l’Ajax stravincere il campionato, la supercoppa d’Olanda e soprattutto la prima Champions League della sua storia. Quella finale, manco a dirsi, l’Ajax la giocò a Vienna contro il Milan di Fabio Capello, il 18 maggio 1995 e, manco a dirsi, vide i lancieri prevalere sui rossoneri grazie ad un gol di Kluivert nei minuti finali, che per la cronaca diventerà il marcatore più giovane in una finale di Champions (record che detiene ancora).

 

A dire il vero quell’anno Kluivert, ebbro come un cammello, ebbe anche la geniale idea di mettersi alla guida della sua bella auto sportiva, provocando un incidente in cui perse la vita un padre di famiglia. La pena fu severissima: 240 ore di lavori socialmente utili da scontare presso un ospizio. E dire che, per lo stesso crimine, c’erano fortunelli che finivano in carcere per omicidio colposo. Tornando al calcio, ebbe poi modo di confermare il suo talento restando in Olanda per altri due anni, aggiungendo al proprio palmares una Coppa Intercontinentale, un altro scudetto, un’altra Supercoppa olandese ed infine una Supercoppa UEFA, il tutto condito da svariate nominations per il titolo di “calciatore olandese dell’anno”. L’unico rammarico fu la finale di Champions del ’96, stavolta persa contro la Juve: lì Kluivert giocò in modo pietoso, ma era reduce da un’operazione al menisco. Tutto comunque faceva pensare che il giovine Patrizio fosse pronto per il salto nel grande calcio, ed inoltre la fiera sentenza Bosman lo rendeva un affare a costo zero: fu il Milan, ahinoi, la squadra più lesta di tutte.

 


Kluivert arriva quindi al Milan nella stagione 1997/98, a parametro zero, al termine di una trattativa non esattamente condotta alla luce del sole. Berlusconi e Galliani annunciano l’acquisto del giocatore olandese, che però nicchia: il contratto, a dispetto delle dichiarazioni della dirigenza rossonera, non viene depositato in lega. C’è qualcosa che puzza. I due procuratori dell’olandese, i monsignori Lens e Gerards, stanno infatti approfittando schifosamente della situazione, offrendo il proprio assistito in giro per il mondo, al miglior offerente: Real Madrid, Barcellona, Manchester United, Arsenal, Newcastle, Liverpool, Bayern, Juventus, Inter e Roma, oltre ovviamente al Milan, che in teoria dovrebbe avere dalla sua un precontratto fatto firmare a Patrick (il quale però nega tutto). Alla fine Kluivert si decide e firma per il Milan, dichiarandosi innamorato da sempre dei colori rossoneri: “Due anni fa, a Vienna, dopo la finale di Champions League vinta, ho capito che il Milan sarebbe stata la mia squadra. L’ho sempre amata, ho deciso che un giorno avrei giocato lì”. Una dichiarazione che fa un po’ a pugni con questo sospetto ritardo nel prendere questa decisione. Più avanti, i monsignori Lens e Gerards verranno radiati dall’albo “per avere intascato denaro da un club italiano nella trattativa per il trasferimento di un importante giocatore”: se non è amore questo.

 

In ogni caso, Patrick giunge in Italia circondato dall’aureola del giocatore che sa di essere un fenomeno, ma che non si rende conto di doverlo dimostrare in un certo stadiuccio chiamato San Siro. La sua prima dichiarazione da milanista è da brividi e fa già presagire il peggio: “La squadra ha quasi toccato il fondo, lo so, sta vivendo un anno nero. Con il mio arrivo, la situazione potrà solo migliorare. Divento rossonero nel momento giusto”. La stampa, i compagni di squadra, i dirigenti milanisti sono tutti d’accordo: Patrizio è il nuovo Van Basten, la risposta a Ronaldo dell’Inter, il partner perfetto di Weah, il futuro pallone d’oro! Patrizio in realtà è solo un giocatore con una spocchia a dir poco disumana. La sua conferenza stampa è un fiume in piena, dove si alternano buoni propositi a sparate di caratura biblica, come quella in cui afferma: “Voglio giocare, si tratta solo di decidere chi farà coppia con me. Sono disposto ad andare in panchina solo quando mi sento stanco”. Purtroppo per lui, in panchina ci finirà spesso.

 

Intanto Galliani, festoso come non mai, si sbilancia: “Kluivert è la nostra risposta a Ronaldo e alla Juve. Meglio ancora: Kluivert più Weah. Una coppia cosi, non la cambio neppure sotto tortura”. Peccato che sarà proprio Kluivert uno degli strumenti di tortura più insopportabili per il tifoso milanista, costretto ad assistere allo show di un fantasma assolutamente inefficace sottoporta, incapace di farsi notare se non per il mostruoso coro di fischi che lo accompagnava ogni volta che cercava di toccare palla. Ed intanto il buon Galliani, purtroppo non in grado di prevedere il futuro, continuava ridacchiando: “Ricordo ancora oggi il gol subito a Vienna da Kluivert. L’abbiamo preso perché non possa più farci del male”. Le ultime parole famose.

 


Ma Galliani non era il solo a tessere le lodi di Patrizio. Anche Weah rimase stregato dal talento dell’olandese, fino a dichiarare: “In passato ho avuto a fianco diversi bomber come Klinsmann e Simone, ma Patrick ha un talento speciale”. Persino Bogarde e Davids, già compagni di Kluivert ai tempi dell’Ajax, dichiaravano: “Con Patrick saremo i pilastri del nuovo Milan”. Mannaggia. E tutto questo non faceva che aumentare la spocchia di questo giovane olandese, convinto di essere in assoluto uno dei calciatori più forti della storia: “Riflettori puntati sul brasiliano? Meglio cosi. Ronaldo è fantastico, ma sono pronto a mostrargli il mio valore: voglio essere il Ronaldo del Milan. Al momento opportuno farò vedere al brasiliano chi è più bravo. Lascio comunque ai critici e agli esperti l’ultima e decisiva sentenza”. Ah beh.

 


Il mondo rossonero, e non solo, ci impiegò poco per capire che Patrick Kluivert era un bluff come pochi: la sua media gol tanto decantata in Olanda era misteriosamente sparita, lasciando il posto ad una insensata capacità di sbagliare gol stratosferici e di cogliere incredibili traverse a porta vuota, cosa che lo rese uno dei bersagli preferiti della perfida Gialappa’s Band, che grazie all’olandese riempì ore ed ore di palinsesto televisivo. Il rapporto con l’ambiente milanista era talmente guasto che la gente andava allo stadio esclusivamente per fischiare il povero Kluivert, che giustamente ebbe a lamentarsi: “Non posso giocare con 40.000 persone che mi fischiano. Se continua così, bisognerà decidere cosa fare. Il pubblico non fa che fischiarmi ogni volta che tocco il pallone”. In realtà il pubblico lo fischiava a prescindere dal fatto che toccasse o meno il pallone, anche perché Kluivert non lo toccava quasi mai. Ma il tifo milanista aveva ben più di un motivo valido per fischiare quello che Pellegatti, in modo piuttosto azzardato, aveva soprannominato “il Cormorano dalle ali di cashmere”, ma che piuttosto sembrava un elefante sovrastato da una nuvola di fantozziana memoria: non solo Kluivert non segnava un gol manco se sveniva il portiere, ma aveva anche il coraggio di lamentarsi coi compagni e con Fabio Capello, rei di non metterlo a proprio agio e di non proteggerlo: “Vorrei che mi parlassero di più in campo: se non parlano, non mi aiutano. E non mi piace stare seduto in panchina, soprattutto accanto a Fabio Capello”. Piccata ma signorile la replica di Don Fabio: “Aiutati da solo”.

 


In fondo Patrick non poteva certo pretendere di essere adorato dai propri tifosi e compagni, vista la scarsissima propensione a buttare la palla in fondo al sacco. Furono 9 le reti segnate con la maglia rossonera: 6 in campionato e 3 in Coppa Italia, ben poco per erigersi a idolo della tifoseria. Il primo gol in rossonero lo segnò il 21 settembre contro l’Udinese (vinta per 2-1 dai friulani), dopodiché un digiuno che durò per ben 8 giornate, terminato solo col gol (orrendo) segnato col Bari il 9 dicembre, grazie alla complicità del palo. In seguito a quel gol, Patrick dichiarò di sentirsi rinato e di aver finalmente capito lo spirito Milan. Persino Capello, probabilmente arrivato al limite della sopportazione già a dicembre, cercò di incoraggiare l’inutile attaccante olandese: “Kluivert ha finalmente capito lo spirito Milan. La gente di San Siro apprezza i colpi di fioretto, ma soprattutto i colpi di sciabola”. Soprattutto se indirizzati sulla nuca di Patrick. Ma l’olandese in questo periodo è a dir poco scatenato: la settimana successiva mette a segno addirittura una doppietta contro l’Atalanta, ben figurando in un attacco stellare composto da Andersson e, appunto, dal redivivo Kluivert. È il momento giusto per provare a raddrizzare un’avventura nata storta, così durante il viaggio in Israele per una amichevole natalizia contro il Maccabi Haifa, Patrick ne approfitta per chiedere grazia al Santo Sepolcro: insieme ai compagni si reca al Muro del Pianto ed accende una candela. Sarà l’unica cosa sensata che il buon Patrick farà in maglia rossonera.

 


Gli ultimi mesi da milanista saranno drammatici, sia a causa delle consuete prestazioni da brivido, sia a causa dell’accusa di stupro recapitatagli con un po’ di ritardo da una giovane ragazza olandese: l’inchiesta ed il rischio di passare 12 anni in carcere lo affosseranno del tutto. Alla fine Patrick la passerà liscia ancora una volta: l’estate del ’98 verrà ceduto al Barcellona per la modica somma di 30 miliardi, e l’inchiesta verrà archiviata con grande sospetto della stampa olandese, che accusò la polizia orange di aver insabbiato prove evidenti del crimine commesso da Kluivert, il quale (pur professando la sua innocenza) sollevò qualche lecito dubbio offrendo alla ragazza in questione, per zittirla, un danaroso risarcimento. Che la stampa olandese non amasse Kluivert, non era certo un mistero: sin ai tempi dell’incidente automobilistico, Kluivert veniva additato come un criminale amante della vita notturna, che misteriosamente riusciva sempre a farla franca. Ma la stampa non era l’unica ad odiarlo in Olanda: persino molti personaggi del mondo del calcio olandese non lo potevano sopportare, e sollevavano questioni tutte le volte che Kluivert giocava con la nazionale orange. Curiosa fu la reazione di un piccolo club dilettantistico olandese, l’impronunciabile Oegstgeest, alla convocazione in nazionale di Kluivert nel ’97: “Kluivert in nazionale? Ci ritiriamo dal campionato”. L’ultimo sussulto in maglia rossonera fu la doppietta messa a segno contro il fortissimo Vicenza. Nell’occasione Kluivert ebbe il coraggio di dichiarare: “E posso fare ancora di più”. Ma la pazienza di Capello e compagni era oramai esaurita: non a caso Ibrahim Ba, subito dopo la partita, aveva candidamente dichiarato “Ci manca un attaccante vero”. Gli unici a credere ancora insensatamente all’esplosione di Patrick erano Berlusconi e Galliani, decisi a trattenere l’olandese. Ma fortunatamente fu lo stesso Kluivert a spingere per la sua cessione.

 


La parabola discendente di Kluivert si spense magicamente con il suo addio al Milan: questo non significa che Kluivert fosse quel fenomeno che lui credeva di essere, e che l’ambiente Milan lo stesse danneggiando. Diciamo che la verità stava nel mezzo: Kluivert era, volendo esagerare, un discreto attaccante in una squadra discretamente allo sbando, terrorizzato e sottomesso psicologicamente dallo stadio e dal pubblico di San Siro. Al Barcellona, pur non diventando mai esattamente un fenomeno, Kluivert fece vedere ottime cose, riprendendo confidenza con la vena realizzativa del cosiddetto bomber di razza: il suo bottino fu complessivamente di 90 gol in 182 partite con la maglia blaugrana, praticamente un gol ogni due partite. Non per questo disse addio alle proprie abitudini serali: spesso infatti si guadagnava le attenzioni della cronaca più per la sua partecipazione appassionata alla movida spagnola che per le prestazioni in campo. Addirittura una volta venne pescato positivo alla prova del palloncino dopo una partita, segno che il buon olandese preferiva l’alcool al canonico the caldo di Caressa. Prima di essere ceduto nel 2004 al Newcastle, si concesse anche un exploit da pugile professionista, colpendo con un cazzotto atroce un difensore del modesto Rayo Vallecano, Jesus Diego Cota: rimediò una maxi-squalifica e le solite critiche da parte della stampa. Patrick si difese così: “Mi ha afferrato per i testicoli, non è normale. È stato davvero sorprendente”.

 


Ceduto al Newcastle, Patrick Kluivert fece ammenda e promise di fare il bravo. Le sue prime parole da giocatore del nuovo club furono “Sarò buono. Tranquilli, mi comporterò bene anche di notte”: senza dubbio una presentazione quanto mai originale. Dopo un’annata prevedibilmente deludente in Inghilterra, Patrick tornò in Spagna, stavolta al Valencia, per poi tornare l’anno successivo in Olanda, nel PSV Eindhoven, con grande gioia della stampa locale. Per la cronaca al PSV vincerà anche lo scudetto, pur deludendo le aspettative. L’anno successivo fu prelevato a parametro zero dal Lilla, queste le sue prime parole: “Potevo anche andare a giocare negli Emirati Arabi, ma qui sono in un vero campionato. Voglio dimostrare di essere ancora un giocatore e non solo un nome”. Ovviamente finì subito in panchina, anche a causa dei chili di troppo accumulati negli ultimi mesi. A fine stagione, nel 2008, ad aspettarlo ci sarà il ritiro dal calcio giocato.

 


Dopo il ritiro, il 29 aprile 2008 la stampa olandese ha annunciato, con malcelato terrore, l’iscrizione di Kluivert al corso per diventare un allenatore di calcio. Pochi mesi dopo arriva il tanto temuto annuncio: Patrick Kluivert farà parte dello staff tecnico dell’AZ e si occuperà della preparazione degli attaccanti. Nel 2009 diventa l’allenatore in seconda del NEC. Nel 2011 passa ad allenare la squadra riserve del Twente. Di recente ha dichiarato di essere rimasto affezionato all’Italia e di volerci tornare, magari da allenatore. Magari in un’altra vita, dai.

 


Gabriele Li Mandri

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