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Umit Davala

Del 24/12/2011 di


Umit Davala Ad inizio millenio, Galliani affid˛ la panchina del Milan all'imperatore turco Fatih Terim. Ad accompagnarlo in questa avventura il jolly Umit Davala. Inutile dire che il trapianto del Galatasaray in salsa meneghina fu un totale fallimento.

Se c’è una cosa che spicca e spiccherà sempre nel mondo del calcio, quella cosa è senza dubbio la presenza di miriadi di atleti che ad ogni occasione buona ringraziano Dio: che si tratti di un gol, un assist, un ingresso in campo, una rimessa laterale o una semplice guarigione da un raffreddore, ecco che subito si rivolgono al cielo, visibilmente commossi, per ringraziare il celeste artefice delle loro fortune. Il Milan ha avuto il piacere di annoverare fra le sue fila atleti che, oltre ad essere grandi campioni, si fregiavano del titolo di credenti dell’anno: Kakà, con le sue magliette “I belong to Jesus”; Weah, che entrava puntualmente in crisi mistica, coi palmi rivolti al cielo, prima del fischio d’inizio, o Le Grottaglie, che magari campione non era, ma che per anni non inzuppò il biscotto per rispetto verso il padreterno. I rossoneri, per breve tempo, ebbero anche l’onore di tenere a registro paga un turco, di origine tedesca, che non credeva poi tanto in Maometto e che non ringraziava proprio nessuno dopo aver gonfiato la rete, ma che evidentemente stava molto simpatico al profeta di Allah. Stiamo parlando del buffo Umit Davala.

 


Questa specie di Barbie turca e bruna, con la fissa dei capelli lunghi e dalle vaghe somiglianze (non calcistiche, sia chiaro) con Lionel Messi, si mise in luce nel Galatasaray, dove militò per quattro stagioni sotto la sapiente guida di Fatih Terim, precisamente dal 1996 al 2000. Centrocampista eclettico, completo ed in grado di occupare qualsiasi ruolo in mediana, Umit riuscì nell’impresa di vincere un numero spropositato di trofei, a dispetto della sua palese mediocrità. Oltre ai 4 scudetti vinti in 4 anni, accompagnati da 2 coppe e 2 supercoppe turche, Umit riuscì anche a vincere una coppa UEFA ai danni dell’Arsenal e, nello stesso anno, una supercoppa europea ai danni del Real Madrid. Bravo nello spezzare il gioco altrui, e altrettanto capace nell’inserirsi per sfruttare le sue capacità aeree, Umit Davala attirò l’attenzione di molti club europei, nonostante non fosse esattamente un calciatore di primo pelo (29 primavere sul groppone). Fu il Milan che lo strappò al Galatasaray per la modica cifra di 5 milioni di euro, insieme al suo mentore Fatih Terim, e fu qui che cominciò la grande avventura di un giocatore che in patria, a più riprese, veniva accusato di essere crucco e raccomandato.

 


Ma io non sono un raccomandato” furono le prime parole da neo-milanista del colpo di Galliani, che lo smentì poco dopo dichiarando “E' un giocatore voluto fortemente da Terim. Lo abbiamo accontentato”. In effetti è presumibile pensare che il buon Adriano questo “colpo” non l’avrebbe mai voluto fare, ma il diktat del presidente Berlusconi, innamorato del buon vecchio Terim e del suo calcio offensivo, era chiaro: dare a Fatih carta bianca. “Io e Terim abbiamo lavorato insieme quattro anni al Galatasaray: lo conosco bene, come lui conosce bene me. Ma sono certo di non godere di privilegi particolari. Sono pronto a mettermi in discussione e a lavorare come tutti per guadagnarmi un posto da titolare”: quel posto, per la cronaca, gli fu garantito ad honorem da Terim, senza che il buon Umit dovesse fare nulla di particolare per guadagnarselo. Forse fu per quello che lo stesso Terim, dopo soli due mesi di permanenza sulla panchina rossonera, fu rispedito a calci in culo in Turchia per far posto a Carletto Ancelotti: non che l’esonero fosse colpa esclusiva di Umit, per carità, ma il fatto che senza le coccole di papà Terim Davala fu spedito dritto dritto in panca, fece effettivamente sorgere qualche dubbio sulle sue effettive qualità. Eppure Davala professava grande spirito di sacrificio ed adattamento: “Nel Galatasaray sono stato impiegato in tutti i ruoli tranne in quello del portiere. Ho giocato da centravanti, in difesa e a centrocampo”. Ancelotti, da buon calciofilo, non cagava di striscio quello che, poeticamente, Pellegatti aveva soprannominato “Solimano I, il Magnifico”. Si, il Magnifico Pipparolo. Alla fine furono solo 10 le presenze col Milan targato 2001-2002, di cui la stragrande maggioranza dovute alla benevolenza di papà Fatih, esclusa qualche sporadica apparizione con Ancelotti che, ad onor del vero, le provò tutte per far rendere questo anonimo raccomandato. Alla fine rinunciò anche lui, e Umit dovette fare le valigie a fine anno: ovviamente la colpa, a suo dire, fu di Ancelotti, accusato di farlo giocare in un ruolo non suo (a sinistra, a volte anche come terzino). Ma come, caro Umit, non ti vantavi di essere un tuttofare?

 


In realtà Umit tornerà nel Galatasaray, ma non attraverso il Milan: i rossoneri lo scambiarono infatti con l’interista Dario Simic, in un’operazione che puzzò non poco di gonfiaggio dei bilanci, divertente consuetudine dei due club milanesi. In quegli anni il Milan riuscì a portare a termine coi cugini scambi fenomenali: Pirlo e Seedorf in rossonero, Brncic e Coco in nerazzurro. Umit però non riuscì a rivelarsi utile nemmeno con la sua cessione. L’Inter, senza pensarci due volte, lo spedì al Galatasaray senza nemmeno farlo esordire in nerazzurro, ed evitando di spendere qualche centinaia di euro per stampare delle magliette che nessun tifoso sano di mente avrebbe mai comprato. La nuova esperienza coi turchi non fu però gratificante: nonostante un buon numero di presenze (23, con 1 gol all’attivo) il Galatasaray decise di non riscattarlo e di rispedirlo a Milano. In quell’anno all’insegna della mediocrità, Umit Davala balzò alle cronache per i suoi rapporti non certo idilliaci coi giornalisti locali: il comune di Izrim, sua città natale, aveva deciso di intitolargli una strada. Una troupe televisiva turca, forse troppo insistente, esagerò nel tentativo di intervistarlo: Umit, infuriato, cercò semplicemente di pestarli a sangue. Risultato: il comune di Izrim decise di non intitolargli più nulla, nemmeno un cassonetto della spazzatura.

 


A toglierlo dall’imbarazzo di una convivenza con un sistema mediatico che lo odiava a morte ci pensò il Werder Brema che, non si sa per quale oscura congettura astrologica, decise di investire su questo centrocampista oramai in fase calante. Ebbene, qui Umit riuscirà, ancora, nell’impresa di vincere qualcosa di importante. La squadra tedesca, quell’anno, vinse infatti una coppa di Germania e soprattutto il campionato. Umit, titolare fisso di quel Werder, verrà da tutti ricordato, più che per le sue prestazioni, per la foto-scandalo che lo pizzicò, totalmente ubriaco, abbracciato ad un compagno di squadra nudo come un verme, intento a sorridere ed a coprirsi i gioielli di famiglia con una bottiglia di spumante rigorosamente vuota. Ma se c’era un luogo dove Umit potesse sentirsi amato era, in quanto crucco, proprio la Germania: non a caso il Werder lo riscatterà dall’Inter e lo terrà fino al 2006 quando, causa un brutto infortunio all’anca, Umit Davala sarà costretto ad appendere gli scarpini al chiodo, accanto alle foto porno scattate durante i festeggiamenti dello scudetto 2003-2004.

 


Per quanto riguarda la nazionale turca, anche lì Umit Davala ebbe i suoi alti e bassi: più alti che bassi a dire il vero,  questo gli va riconosciuto. Nel giro nazionale dal lontano 1996, Umit era (stranamente) accusato di essere uno schifoso raccomandato e di giocare solo per pressioni altrui. Il Mondiale di Corea e Giappone del 2002 era alle porte e per la Turchia si trattava di un evento storico: era infatti la seconda volta che questa nazionale riusciva a qualificarsi per la competizione mondiale, dopo circa 6 milioni di anni. L’allora allenatore della nazionale turca Senol Gunes, detto lo “Zoff della Turchia” per via dei suoi trascorsi da portiere e per il fatto di essere quotidianamente sputtanato dai giornali locali, rischiò letteralmente la pelle per aver deciso di affidare il centrocampo al caro Umit, forse l’unico essere umano più odiato di lui dalla stampa turca. Per l’occasione il giocatore turco s’inventò un inquietante taglio di capelli alla mohicana, forse per contrastare l’orribile acconciatura di Ronaldo. Umit, tra l’altro, venne convocato anche a causa delle pressioni della lobby del Galatasaray, che contava ben 11 elementi in nazionale, i quali ovviamente dettavano legge, convocazioni incluse. Fra i tanti a fare pressioni fu l’amico-nemico Hakan Sukur, già compagno ai tempi del Galatasaray: proprio con quest’ultimo, il buon Umit ebbe un diverbio non da poco. Senol Gunes, caricato a mille dalle sorprendenti vittorie della sua nazionale al mondiale, si fece scappare una promessa-bomba: in caso di vittoria col Giappone ed approdo in semifinale contro il Brasile, oltre ad un’auto nuova a testa, avrebbe aperto le porte del ritiro alle avvenenti e provocanti mogli dei calciatori. Non l’avesse mai detto. La profezia si avverò e Senol fu costretto a mantenere la promessa fatta. Questo fece letteralmente imbestialire il gruppo dei turchi cosiddetti “integralisti” i quali, con Sukur in testa, non potevano sopportare la presenza femminile in albergo, perché ciò avrebbe violato i precetti di Maometto. Umit, che al contrario di Le Grottaglie il biscotto l’avrebbe inzuppato volentieri, con buona pace di Maometto, protestò ed insieme al gruppo antagonista dei turchi “laici” rischiò di spaccare in due spogliatoio e mogli. Alla fine l’ebbe vinta Sukur: le donne furono alloggiate in un albergo a Tokyo.

 


A parte questo incidente di percorso, quella nazionale entrò nella storia turca: non solo partecipò al mondiale dopo innumerevoli anni dalla prima volta, ma riuscì addirittura ad arrivare terza. La semifinale col Brasile significò la sconfitta, nonostante Umit avesse provato ad incendiare gli animi turchi rilasciando dichiarazioni guerrafondaie, come “dobbiamo battere il Brasile, sconfiggere la Germania in finale e vendicare le angherie che i nostri connazionali subiscono nei ghetti”. La Turchia riuscì però a vincere la finalina di consolazione contro la Corea del Sud e consacrarsi come terza forza mondiale, anche per merito di un Umit inaspettato goleador. In nazionale terrà duro fino al 2006, ovvero fino alla fine dei suoi giorni di calciatore.

 


Dopo il ritiro, Umit ha provato a vincere persino giocando a Futsal (il calcetto indoor) nella nazionale turca, di cui è stato capitano durante gli europei del 2007, ma almeno lì non ha portato a casa alcun trofeo. Dopo essere diventato troppo bollito persino per giocare a calcetto, Umit ha intrapreso la carriera di allenatore: nel 2007 ha guidato la nazionale turca U-21, ed attualmente ricopre il ruolo di vice-allenatore del Galatasaray. per la gioia dei cronisti locali.

 


Gabriele Li Mandri

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