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Johan Cruijff

Del 28/01/2012 di Enrico Bonifazi


Johan Cruijff Il più grande talento del calcio olandese degli anni settanta. La sua classe permise all'Ajax di dominare in Europa e in patria. Entra di diritto nella top ten dei calciatori di tutti i tempi

Siamo all'inizio degli anni sessanta. Un ragazzetto gracile si reca al campo di allenamento riservato alla squadra giovanile dell'Ajax Amsterdam. Da quasi quattro anni fa parte di quel gruppo, è un talentuoso, uno da tenere d'occhio. Il suo nome è Johan Cruijff. Il suo proposito è di parlare con il vicepresidente della squadra e convincerlo ad assumere sua madre tra il personale di servizio. La morte del padre, avvenuta qualche mese prima a causa di un attacco cardiaco, ha infatti gettato la famiglia di Joahn in una gravissima crisi economica. La madre, sommersa dai debiti, è costretta a cedere la bottega di prodotti ortofrutticoli e ad abbandonare la casa in cui vivono. La richiesta del piccolo Cruijff viene esaudita. La donna inizierà a lavorare come addetta alle pulizie e al bancone del bar dello stadio. Da quel momento la situazione della sua famiglia migliora e il ragazzo si dedica con anima e corpo alla pratica dello sport che ama: il calcio.  In tutto l'ambiente dell'Ajax, non c'è nessuno che dubiti delle sue capacità. I suoi numeri nelle giovanili sono impressionanti. Gioca da centrocampista, trequartista e come prima punta ma il risultato è tradotto sempre e comunque in grappoli di gol. Nel 1964 arriva la convocazione in prima squadra e il sentiero della sua carriera diventa d'oro ma soltanto alcune tappe ne risulteranno fondamentali. La più importante è senz'altro  l'arrivo sulla panchina dell'Ajax dell'ex attaccante della nazionale olandese Rinus Michels che afferra le redini della squadra (vicinissima alla retrocessione) per cambiarne letteralmente la storia calcistica. E' l'inizio del CALCIO TOTALE, che porterà l'Ajax sul trono d'Olanda, d'Europa e del Mondo. Cruijff lascia definitivamente gli studi. Il triennio calcistico che va dal 1965 al 1968 gli regala grandi soddisfazioni con vittorie in campionato e in coppa d'Olanda. In tutto il mondo s'inizia a  parlare del suo talento e la sua maturazione è quasi completa quando la sua strada e quella del Milan si incrociano per la prima volta. Nello stadio Bernabeu di Madrid, il 28 Maggio del 1969, l'Ajax disputa la sua prima finale di Coppa dei Campioni contro i più blasonati rossoneri del Milan, allenati dal paròn Nereo Rocco. Per l'attaccante e i suoi compagni di squadra è una serata da dimenticare. Il Milan disputa una gara perfetta con ottime azioni di rimessa “dirette” dal piedino ispirato di un “certo” Gianni Rivera e finalizzazioni pregevoli di Pierino “la peste” Prati. Termina 4 a 1 per i rossoneri con Cruijff che conosce la prima grande delusione della carriera. Nel 1970, il presidente del Barcellona, Montal (che si sta battendo per riaprire le frontiere ai calciatori stranieri nel campionato spagnolo), strappa a Cruijff la promessa di vestire, in futuro, la maglia azulgrana. Nel frattempo però, l'Ajax sta incantando il mondo e conquista ben tre Coppe dei Campioni consecutive tra il 1970 e il 1972 che valgono altrettanti Palloni d'Oro (non consecutivi) per “il profeta del gol”. La finale del 1971 viene giocata a Rotterdam contro l'Inter di Sandro Mazzola, nello stadio degli eterni rivali del Feyenoord. Cruijff segna una doppietta e si trascina per il campo a piacimento il malcapitato Oriali (allora ventenne). Termina 2 a 0 ed è una delle più grandi soddisfazioni per Joahn, alzare la Coppa dei Campioni in uno stadio da sempre ostile a lui ed ai colori dell'Ajax. Ormai leader di questo team, Cruijff viene ricordato come il simbolo della squadra di Amsterdam e della nazionale orange. I meriti tuttavia sono da suddividere con l'allenatore Michels e i compagni di squadra come Muhren o Haan e la difesa formidabile. Nel 1973, la Spagna consente il trasferimento di calciatori stranieri ai club della liga e il Real Madrid allunga i suoi bianchi tentacoli sul profeta del gol. Cruijff si ribella al trasferimento e determinato a mantenere la promessa fatta al presidente del Barca, Montal, minaccia di lasciare il calcio se non andrà in porto l'affare tra Ajax e Barcellona per il suo passaggio ai catalani. La trattativa estenuante  va a buon fine e Johan Cruijff diventa un calciatore del Barcellona. Sarà costretto dalle severe regole spagnole ad indossare la maglia numero 9 (a discapito della storica numero 14).  Il suo palmares “olandese” è di 3 Coppe dei Campioni , 6 campionati olandesi, 1 coppa Intercontinentale, 2 Supercoppe e 4 coppe d'Olanda. In Spagna la sua nuova squadra conquista il titolo al primo tentativo  ma il ciclo non si rivelerà vincente come il precedente. Cruijff continua ad incantare al Barcellona e in nazionale. L'Olanda nel campionato del Mondo del 1974 viene sconfitta solamente in finale dalla Germania Ovest, dopo essere passata in vantaggio, sfiorando così  l'impresa storica. Nello stesso anno, l'Ajax (senza di lui) si vendica del Milan strapazzando i rossoneri nella finale di Supercoppa. Dopo avere perso l'andata a San Siro per 1 a 0, i biancorossi, disintegrano i “diavoli” con un punteggio tennistico: 6 a 0 ad Amsterdam. Joahn Cruijff si allontana dalla nazionale dopo l'Europeo in Jugoslavia. Tra lui e la maglia arancione si chiude una splendida storia, aperta con il famoso pugno rifilato all'arbitro della partita contro l'Ungheria nel lontano 1965 e terminata con diverse fratture nei rapporti all'interno dello spogliatoio a cui sembra impossibile porre rimedio. Il Barcellona lo adotta come nuovo idolo. Diventa “l'olandese volante” dopo uno splendido gol segnato in acrobazia all'Atletico Madrid. Gioca con la maglia numero 14 nascosta sotto a quella “regolamentare” con il numero 9. A 31 anni, Joahn, lascia la Catalogna per trasferirsi negli States dove lo aspettano soldi e poche aspettative. Continua a segnare con regolarità, cambiando 3 squadre in quattro anni fino al suo ritorno nell'Ajax per chiudere la carriera in Olanda, nelle file del Feyenoord. Durante questo lentissimo tramonto, viene convinto a disputare il Mundialito 1981 con la maglia del Milan. La sua prestazione desta molto sconcerto. Cruijff appare goffo e poco allenato, in odore di ritiro. Il futuro per lui sarà come allenatore. Anche da tecnico, le squadre che segnano indelebilmente la sua vita sono due: nemmeno a dirlo Barcellona ed Ajax. Specialmente gli azulgrana traggono vantaggio dalla sua guida tecnica. I catalani vincono quattro campionati consecutivi e conquistano la prima Coppa dei Campioni della loro storia in finale contro la Sampdoria. Al “candido”, si presenta l'occasione (nel 1994) per vendicarsi del Milan che gli diede il primo dolore europeo. Il Barcellona, ad Atene, raggiunge la finale di Champions League contro i rossoneri che, rimaneggiati dalle assenze di Baresi e Costacurta (squalificati) paiono sfavoriti. Inizia una lunga battaglia mediatica. Johan Cruijff attacca i rossoneri usando toni e parole spavalde, di chi è sicuro della vittoria. Senza il minimo rispetto per l'avversario, il tecnico del Barca lancia proclami al mondo intero e “becca” il Milan  ripetutamente. L'orgoglio dei rossoneri fa il resto e con Massaro (una doppietta), Desailly e Savicevic, la Coppa viene stravinta (4 a 0 il finale) dal Milan. Le telecamere durante il match, inquadrano uno spento Cruijff che non lascia trasparire emozioni nonostante il probabile "fiume in piena" che gli scorre dentro. La vendetta non è servita! Per il suo sessantesimo compleanno, l'Ajax ritira la gloriosa maglietta numero 14. Cruijff, ora, fa parlare di se per i suoi battibecchi con Mourinho, Van Gaal e Van Den Boog. Oramai è un dirigente ingrigito che usa i piedi solo per spostarsi e non più per incantare. “Il Pelè bianco”, come Brera lo ribattezzò, è un pezzo di storia del calcio. Uno di quelli che avrebbe fatto godere ogni tifoseria ma che è bello anche sfidare da avversario. Uno sincero, anche troppo, tradito dalla salute del suo cuore e dal “veleno” delle proprie parole con cui ha sempre fatto danni; perchè le parole, Cruijff, non le ha sapute mai misurare, ma dei piedi e del pallone, lui, aveva un controllo totale, come un direttore d'orchestra che coordina gli altri ed è fondamentale. Se qualcuno al giorno d'oggi nomina l'Ajax, salta subito in mente il suo nome perchè il calcio è anche arte ed è questa bellezza, quella che si tramanda tra intere generazioni e permette l'amore per questo sport: racconti di gol, carezze alla palla e indimenticabili campioni come l'unico grande numero 14.


                                                                                                                      Enrico Bonifazi

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