In una Kiev vestita a festa si compie il massacro italiano. Una Spagna insostenibile annienta gli azzurri bissando il successo Europeo, demolendo gli arditi sogni di gloria azzurri, che escono di scena con una batosta alla vigilia francamente inaspettata. Commento forse spietato, ma l’onestà intellettuale imperat.È stato un Europeo ricco di sorprese: chi si sarebbe mai aspettato di vedere gli azzurri contendere alla regina d’Europa il titolo di campione? E chi mai si sarebbe aspettato una finale senza storia, giocata da una sola squadra, con un risultato avvilente e debordante, non solo nel punteggio, ma anche nel gioco espresso? Purtroppo la legge del calcio stavolta è inflessibile, e vincono i più forti. Onore ad una squadra, quella Spagnola, che disintegra la nostra nazionale sotto ogni punto di vista, concedendo agli azzurri una sola vera palla goal nel corso dell’intero match, infierendo sull’avversario rabberciato e in difficoltà, come impone la corretta etica sportiva: l’onore delle armi impone che il più forte non abbia pietà dell’avversario, perché ciò renderebbe il tutto svilente e umiliante: una sconfitta sonora che non deve far dimenticare quanto di buono fatto dagli uomini di Prandelli in questa competizione, ma che lascia inevitabilmente l’amaro in bocca, a chi credeva che fosse possibile sconfiggere le furie rosse, che contro il Portogallo in semifinale avevano mostrato qualche segno di cedimento, ma che ritrovano l’ardore solito di chi sa affrontare partite “win or go home”.
Parlare di lezione calcistica sarebbe fuorviante: la Spagna ha espresso il suo calcio corale solito, fatto di movimenti senza palla, scambi stretti e dall’altissimo lignaggio tecnico; sono mancati gli avversari, stanchi, distrutti fisicamente per l’immenso sforzo profuso durante queste settimane, incapaci di trovare nell’arco dei 90 minuti il bandolo della matassa, per opporre qualcosa di concreto all’armata roja. Come analizzare tatticamente una partita che non ha mai mostrato storia? Compito arduo, vista l’amarezza, ma quando si affronta il calcio spagnolo i clichè si sprecano: troppo forti loro, a testa alta noi, sconfitti dai più forti. Commenti sprecati. Non si può parlare di un’uscita a testa alta, con fierezza, dopo un 4 a 0 cosi perentorio; ma sarebbe altresì ingiusto ridurre il tutto a meri dati statistici, dopo un match che ha mostrato una base da cui partire per costruire una squadra solida e competitiva.
La Spagna: solita fucina di talento, corsa e imprevedibilità: il criticato campionato spagnolo, poco competitivo in quanto giocato realmente da 2 sole squadre offre indubbiamente il vantaggio di sfruttare al meglio il potenziale offerto da Real e Barca, con un’impronta calcistica chiara, frutto di anni di rodaggio e ricambio generazionale graduale che non fa pesare assenze di bandiere storiche, sfruttando al meglio una generazione calcistica senza eguali, che trova protagonisti diversi in ogni partita. Onore a Del Bosque, allenatore underdog dal palmares invidiabile, capace di non sovvertire quello che è lo spirito spagnolo e di proporre il meglio su piazza, senza lesinare in alcun modo su talento e classe, sfruttando al meglio la copiosità di giocatori di primissimo piano che il calcio iberico offre in queste annate: è sufficiente notare come dalla panchina esca Mata, protagonista assoluto nella cavalcata del Chelsea campione d’Europa a livello di club, per capire la portata degli avversari. Anche in questa finale, l’ex allenatore del Real non offre particolari novità di formazione: solito modulo con il finto centravanti Fabregas, vero ispiratore della manovra, capace di creare scompiglio nella difesa azzurra, perno di un calcio essenziale, ma proprio per questo impareggiabile. Silva e Iniesta sono le frecce d’attacco dell’arco Spagnolo sorretto dall’immortale Xavi supportato da un ottimo Xabi Alonso e SergiB; se a ciò aggiungiamo il vero protagonista di questo Europeo, la rivelazione Jordi Alba,dinamo perpetua sulla banda sinistra, si ha il chiaro quadro di una formazione apparentemente senza falle. E così è stato.
Il risultato finale forse è troppo ingiusto visto che per l’ultima mezz’ora l’Italia gioca in dieci, ma anche il più agguerrito sostenitore azzurro sarebbe in grado di riconoscere che la competizione fosse ad armi impari.
L’Italia: sarebbe ingiusto sintetizzare il nostro campionato europeo con questa disfatta, ma la partita va analizzata secondo logiche calcistiche, ed è giusto dunque riconoscere gli errori di una formazione scesa in campo sfinita: Prandelli è un bravissimo allenatore, niente da dire, ma pecca di inesperienza, e forse di poco coraggio, affidandosi a chi l’ha portato a giocarsi la Finale, senza però accettare che si tratti pur sempre di esseri umani, e che la stanchezza degli iron men azzurri, fosse un dato da non prendere sotto gamba. Il nostro CT sbaglia la formazione iniziale: il modulo con Abate e Balzaretti terzini aveva ridato verve ad una squadra apatica e troppo spenta all’inizio dell’Europeo, e la rinuncia al terzino sinistro del Palermo, giocatore di gamba e spinta incide non poco in un inizio di partita che vede subito la roja impadronirsi del gioco. Bonucci, mi dispiace dirlo, torna ad essere oggetto misterioso, sbagliando tanto, troppo; Chiellini non era in condizione, cosa ben nota e questo non fa che aggravare la scelta di non puntare sul vero terzino di ruolo, il biondo Federico: scelta pagata a caro prezzo perché sul primo goal della Spagna oltre al danno dello svantaggio c’è pure la beffa dell’infortunio a Chiellini, che viene bruciato sullo scatto, patendo il risentimento di un infortunio non totalmente riassorbito. Il centrocampo azzurro torna sulla terra: era francamente impensabile che De Rossi e Marchisio potessero reggere ancora una volta da soli l’intera baracca, a maggior ragione contro una squadra che fa del possesso palla per mandare a vuoto gli avversari, il proprio pezzo forte; quanto a Pirlo, non vorrei che le mie parole venissero viste come segno di mancanza di rispetto, di irriconoscenza verso un ex gloria del Milan, ma onestamente anche ieri, sebbene la rosea nazionale lo incoroni come il migliore tra le fila azzurre(senza parole), ha dimostrato che il ciclo di uno dei massimi esponenti del ruolo di perno basso del centrocampo, è abbondantemente finito: la sua forza nelle precedenti partite è stata quella di avere i due interni sopra citati in grado di coprire tutte le zone del campo: il calo fisiologico dei due rappresenta il crollo inevitabile del nostro ex pupillo: Montolivo doveva essere il trequartista, ma è bastato vedere la partita per accorgersi che la scelta di puntare su un giocatore non propriamente a suo agio in quel ruolo è il frutto della volontà di non rinunciare alla classe di Andrea, che non è però più bastevole, per sopperire alla mancanza di dinamismo. Incoraggiante comunque anche stavolta la prova del neo milanista, che non tira mai indietro la gamba, e cerca di pescare i due centravanti, con fortune alterne. La scelta di sostituirlo con Thiago Motta, per mantenere equilibrio è vieppiù incomprensibile, non tanto per la sfortuna che ci priva dopo pochi minuti del giocatore del PSG, ma perché rinunciare al Monto, più fresco degli altri in mediana, per inserire un altro costruttore di gioco, quando orma bisognava accelerare i ritmi, si è rivelata una scelta totalmente controproducente e fin troppo garantista, in un match che non aveva un domani.
Pochi cenni per l’attacco: Cassano non era in condizione, lo si sapeva dalla vigilia, ma cerca lo stesso di trovare la giocata; nel complesso il grande Antonio appare spaesato, sfibrato dal lavoro di copertura richiestogli per tamponare il centrocampo: l’ingresso frettoloso di Di Natale a poco serve e poco incide sulla partita.
Ultime righe dedicate inevitabilmente a Balotelli: vederlo in lacrime a fine partita dimostra a tutti quale sia l’attaccamento alla maglia di Mario, che si batte come un leone, caricandosi sulle sue spalle possenti il peso di un’intera nazione calcistica, cercando di abbattere, nel vero senso della parola, la difesa spagnola, in un uno contro il mondo che porta pochi risultati. Encomiabile ancora una volta sotto il profilo dell’impegno, della tenacia, l’unico che realmente prova a far qualcosa: la rabbia e la frustrazione del post partita sono il segno, forse, di una maturità calcistica raggiunta: da questa sconfitta uscirà un Mario sempre più forte, un giocatore su cui l’Italia deve costruire, indipendentemente da bizze e codice etico, perché talenti simili, non capitano tutti i giorni.
Andrea Frau
Bologna - Milan 1 - 3
Milan – Novara 2 – 1
Parma – Milan 1 – 1
Parma – Milan 0-2
Coppa Italia: Juventus-Milan 2-2
Milan – Roma 2 – 1
Milan-Barcellona: la partita
Milan - Barcellona 0-0
Catania – Milan 1 -1
Barcellona – Milan 3 -1
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